VOTARE CENTRO DEMOCRATICO E COALIZIONE DI CENTROSINISTRA PER USCIRE DALLA RECESSIONE

Nello Formisano

Le elezioni del 24 e 25 febbraio sono un passaggio cruciale per il nostro Paese. Il governo che uscirà dalle urne dovrà trarre l’Italia dalla recessione, avviare le riforme necessarie per superare la crisi strutturale che ha colpito l’economia negli ultimi decenni e rilanciare, con priorità assoluta, la produzione e l’occupazione.
Per realizzare tali obiettivi è necessario tornare all’economia reale, abbandonando le alchimie finanziarie che hanno proliferato in questi anni e adottando provvedimenti tesi a privilegiare il lavoro e la produzione, con sostegni fiscali e finanziari parametrati all’aumento dell’occupazione e concentrati sui settori innovativi dell’economia e su quelli nei quali il nostro Paese è maggiormente competitivo sui mercati internazionali.

Da anni l’Italia non ha più una politica industriale. Tremonti aveva, addirittura, teorizzato che le decisioni del governo fossero ininfluenti rispetto allo sviluppo, autoassolvendosi per la assoluta mancanza di iniziative sul fronte delle attività produttive.
Nella prossima legislatura, invece, dovrà essere proprio la politica del governo il motore primo della ripresa perché solo una  iniziativa forte dell’Esecutivo potrà avviare il superamento della recessione e l’inizio di una nuova fase espansiva dell’economia.
È evidente che in un percorso del genere, che sarà articolato e complesso non bisognerà  mettere a rischio gli equilibri di bilancio, ma bisognerà tenere presente nel contempo che la finanza è solo un mezzo per incidere sulla economia reale.
A differenza del governo Monti il futuro Esecutivo di Centrosinistra porrà al centro della politica economica i programmi di sviluppo e le azioni volte a combattere la disoccupazione.
Tra l’altro, il deficit e il debito pubblico si misurano non in valori assoluti, ma in termini di rapporto con il PIL. Accrescere il prodotto interno lordo significa ridurre tale rapporto e rassicurare i mercati sulle prospettive del Paese.
Anche la politica tributaria è un mezzo per raggiungere obiettivi di politica economica e di giustizia sociale.
La pressione fiscale è giunta a livelli esorbitanti e va certamente ridotta. Va anche ripartita in modo più equo e più  coerente con il dettato costituzionale, ristabilendo quella progressività dell’imposizione che dopo anni di berlusconismo imperante è stata messa in soffitta.
Oggi, i possessori di grandi patrimoni finanziari pagano molto meno di un lavoratore precario o di un pensionato con un reddito al limite della soglia di povertà o di un cittadino qualunque che dopo anni di sacrifici ha acquistato una casa, magari gravata ancora da un mutuo.
Senza ricordare che gli evasori, al di là delle sceneggiate tipo Cortina, continuano a non essere perseguiti, in quanto le forze della Agenzia delle Entrate vengono concentrate nel controllo degli errori formali dei lavoratori a reddito fisso o nell’accertamento di piccole sacche di reddito non dichiarato, distraendo, in tal modo, l’attenzione dai grandi evasori che continuano a restare impuniti.
E nel contesto della lotta all’evasione grida ancora vendetta il mancato accordo con la Svizzera per far pagare le imposte agli esportatori di capitali che hanno sottratto centinaia di miliardi all’economia italiana. Mancato accordo che è responsabilità congiunta di Berlusconi, e del suo ministro Tremonti, che regalarono agli evasori in questione uno scudo fiscale al 5 per cento e di Mario Monti che, trincerandosi dietro una farlocca opposizione europea, ha fatto melina per quindici mesi sulla materia.
L’evasione fiscale e la corruzione sottraggono all’Italia, secondo dati ufficiali e probabilmente sottostimati, 180 miliardi di capitale.
Sarebbe sufficiente recuperarne ogni anno un decimo per avere la possibilità di ridurre la pressione sui contribuenti onesti e avere, anche, a disposizione le risorse per far ripartire gli investimenti in opere pubbliche e per sostenere la produzione e lo sviluppo.
In tale contesto la strada prioritaria per aumentare il reddito delle famiglie è accrescere l’occupazione, aumentare le retribuzioni dei lavoratori e adeguare al costo della vita le pensioni che sono state ingiustamente penalizzate dagli  ultimi provvedimenti.
La coalizione di Centrosinistra guidata da Bersani e formata dal Partito Democratico, dal Centro Democratico e da Sinistra e Libertà è l’unico schieramento che ha un programma coerente finalizzato allo sviluppo e all’equità.
È l’unico schieramento che può tirare l’Italia fuori dal pantano della recessione. Perché ha i programmi, ha le competenze, ha lo spirito di servizio, ha la dedizione al bene comune che sono necessari  per portare a compimento un’impresa difficile dalla quale dipende il futuro del nostro Paese.
Nella coalizione il Centro Democratico ha la funzione della coscienza critica, del guardiano degli interessi generali, del partito che antepone la qualità del progetto alla quantità dei consensi, la coerenza dei comportamenti alla effervescenza degli impegni, il rispetto verso i cittadini alla facile popolarità derivante da promesse elettorali seducenti ma ingannevoli.
Il Centro Democratico è parte essenziale della coalizione di Centro Sinistra come lo era il Partito Repubblicano di La Malfa e di Spadolini nella prima repubblica.
Il C.D. è un partito giovane che ha un programma di governo ambizioso,  incentrato sul lavoro e sullo sviluppo che riporta al centro della politica il Mezzogiorno, che si pone al servizio dei cittadini e dell’intera comunità nazionale.
È un partito che si propone di fare da ponte fra il palazzo e i cittadini, di dare una risposta in positivo alla richiesta di cambiamento e di dare un contributo determinante al governo del Paese.