VALORIZZARE LE PRIMARIE COME STRUMENTO FONDAMENTALE DI DEMOCRAZIA CON REGOLE CERTE E CONTROLLI PUBBLICI

Romano Prodi

L’approssimarsi delle elezioni comunali ha riportato in auge il dibattito sulle primarie, un istituto introdotto nella politica italiana da Romano Prodi che cercava nella legittimazione della base un  rafforzamento della propria posizione di fronte a una coalizione di centro-sinistra che, anche allora, era piuttosto incline alle risse e alle divisioni.
Dopo Prodi altri leader, a cominciare da Veltroni, hanno valorizzato le primarie, quale espressione della democrazia in partiti in cui molto spesso ci sono regole interne che non sarebbero considerate corrette in una assemblea di condominio.
Con la nascita del Partito Democratico le primarie sono diventate elemento essenziale per scegliere gli aspiranti a cariche apicali istituzionali, Premier, Presidente di Regione, Sindaco, o interne, Segretari di partito a tutti i livelli.
Nel centrodestra, invece, le primarie non hanno mai attecchito per l’opposizione di Berlusconi, anche se, negli ultimi tempi, alcune voci a favore si sono levate anche a destra, soprattutto in Fratelli d’Italia e nella Lega, nonché nelle frange dissidenti di Forza Italia.
Nel Centro sinistra, da alcuni mesi, cominciano a manifestarsi opinioni contrarie. C’è una teoria per la quale non sarebbero il modo migliore per scegliere un candidato. Secondo questa idea, favorirebbero, da una parte i candidati in grado di disporre di gruppi organizzati, che abbiano, quindi, delle truppe strutturate da mobilitare, dall’altra quelli che hanno una grande capacità mediatica. Qualità che non sarebbero idonee ad assicurare il successo nelle elezioni istituzionali successive, le “secondarie”, come, causticamente, le ha definite Massimo D’Alema, e, ancora meno, che la scelta cada su personaggi dotati delle capacità per esercitare in modo ottimale funzioni politiche o amministrative.
Questa teoria è però da respingere in toto. Se ben organizzate, le primarie rappresentano, il modo più democratico ed inclusivo per scegliere i candidati ad incarichi pubblici, in quanto consentono una maggiore partecipazione popolare ed impediscono, o rendono più difficili, condizionamenti oscuri che possono incidere negativamente sulla amministrazione della cosa pubblica.
Ovviamente non si tratta di una scienza esatta, ma, certamente, è difficile sostenere che una candidatura calata dall’alto, magari decisa in solitudine dai segretari di partito, sia una soluzione più condivisibile.
Gli elettori, almeno quelli di centro-sinistra, ormai, considerano le primarie una conquista e non accetterebbero un ritorno alle designazioni di vertice di personaggi sconosciuti, magari estranei alle comunità interessate alla elezione
È vero, invece, che fino a quando saranno gestite dai partiti, le primarie sono iniziative private che corrono rischi di inquinamento e di strumentalizzazioni. Sono urgenti regole certe, fissate da una legge dello Stato e controlli pubblici che garantiscano la genuinità del risultato.
Sull’argomento è intervenuto proprio oggi il Presidente del Consiglio che ha detto sì alle primarie, invocando, però, regole chiare. 
La sintesi dell’intervista, però, ha tradito, probabilmente il pensiero di Renzi, in quanto sembrerebbe che l’unica regola sia la lealtà, in base alla quale chi perde sostiene chi vince.
Renzi è un politico troppo esperto per non sapere che la lealtà non è la premessa ma è il risultato finale di una regolamentazione rigorosa delle primarie che garantisca da scorrettezze, brogli e illeciti veri e propri. 
In Parlamento giacciono parecchie proposte di legge al riguardo. Fra le altre quella di Nello Formisano, Portavoce parlamentare di Italia dei Valori, che ha il merito di affrontare congiuntamente il tema delle primarie con quello del finanziamento pubblico dei partiti, dando, anche, una prima attuazione all’art. 49 della Costituzione.
Se Renzi dedicasse un po’ di attenzione al tema e prendesse l’iniziativa di un disegno di legge, la democrazia italiana potrebbe fare un grande passo in avanti sulla via del rispetto della sovranità popolare e avrebbe qualche anticorpo in più contro l’antipolitica oggi dominante.