UNA POLITICA DI ALTO PROFILO IN CUI IL RIGORE SIA FINALIZZATO ALLO SVILUPPO

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

Il Paese appare economicamente sempre più in mezzo al guado: la disoccupazione ha superato il record storico del 1995 e sotto il 9 per cento non tornerà prima del 2020. Il Pil ricomincerà a crescere stabilmente solo a partire dal 2016 e a quei ritmi di crescita ci vorranno quattordici anni per recuperare quel che in queste lunghe stagioni di crisi abbiamo perduto. E’ il bollettino di una guerra perduta.
Si deve uscire dalla religione del rigore. Coniugare il rigore con una politica selettiva degli investimenti. L’esperienza del Giappone qualcosa dovrebbe insegnare. Quel Paese è rimasto bloccato per quindici anni dalla politica di austerità. Adesso sta riemergendo avendo aggiustato la rotta.
Torniamo alla Nuova Frontiera di John Kennedy o, ancor di più, al New Deal di Franklin Roosevelt. Può il nostro paese limitarsi al piccolo cabotaggio: un po’ di lavoro, qualche alleggerimento fiscale, un minimo di protezione sociale? Manca nella proposta politica l’idea di una società nuova, di un percorso, anche complicato, anche doloroso, ma capace di portare non semplicemente fuori dal guado, ma dentro una realtà migliore di quella che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Bisogna indicare una direzione di marcia, una prospettiva. I sacrifici possono anche essere chiesti ma alla gente si deve spiegare perché e con quali finalità vengono richiesti. Il nostro non è un paese estremista: il rischio è di identificare le posizioni estreme con quelle dominanti.
Il premio Nobel, Joseph Stiglitz, spiega che l’avanzata del liberismo con l’abbattimento “seriale” delle regole è stata agevolata fornendo dei sindacati l’immagine, negli Usa e in Europa, di organizzazioni votate alla creazione di rigidità. E, in effetti, negli anni ottanta vi sono state vertenze-simbolo: quella dei controllori di volo di Reagan e quella dei minatori della Thatcher. Il sindacato, in qualche maniera, è stato dichiarato colpevole senza processo e probabilmente senza colpe. 

Si tratta di una impostazione datata. Oggi manca una certa apertura mentale, e non solo da parte dei sindacati. Siamo fermi ai primordi del confronto, ai tempi in cui il rapporto tra i datori di lavoro e le organizzazioni dei lavoratori era basato sulla diffidenza reciproca. In questa maniera ci si è astenuti dall’esplorare quelle aree in cui il confronto poteva essere non conflittuale. Ancora oggi la sola idea che un’intesa possa portare dei vantaggi all’imprenditore, fa scattare una sorta di richiamo della foresta.
Al posto di nemici, si deve parlare di soggetti “distinti”, persone con interessi diversi tra le quali su alcuni temi si possono trovare soluzioni pacifiche mentre su altri rimarrà la conflittualità. Ci sono spazi da percorrere insieme. Un esempio. In molti posti di lavoro si organizzando contratti di solidarietà per far fronte alla crisi. Ma cosa impedisce di utilizzarli anche nelle fasi di espansione per favorire l’occupazione? Sì, bisogna aggiornare un po’ il lessico accettando parole come partecipazione, collaborazione, conti economici in equilibrio, competitività. La crisi ha favorito in alcune zone del nostro Paese la celebrazione comune del 1° Maggio di lavoratori e di datori di lavoro insieme. E’ possibile che qualcuno abbia interpretato la cosa in maniera strumentale, come un modo per fare pressione sui cordoni della borsa statale. Però, è una novità interessante.
Stiglitz riporta alcuni dati che riguardano gli Usa ma che non sono molto dissimili da quelli europei. Dal 1949 al 1980 salari e produttività sono cresciuti di pari passo. Per quindici anni, poi, i salari sono rimasti fermi mentre la produttività è cresciuta; a partire dal duemila i salari sono tornati a crescere ma in misura decisamente inferiore alla produttività. Alla fine c’è chi ci ha guadagnato e chi ci ha rimesso.
Anche sulla produttività non si riesce a fare un discorso compiuto perché, alla fine, se ne parla solo a livello centrale. Ma la realtà è che avremmo bisogno di meno leggi e più contrattazione. Si deve contrattare con un obiettivo: volere una azienda che dia più soldi, volere un’azienda che dia più occupazione. Ma non si può pensare che l’aumento dell’occupazione possa essere favorito solo dal vantaggio fiscale  garantito per i neo-assunti. È il sindacato che attraverso la contrattazione deve affrontare le rigidità per ottenere più occupati. Non c’è nulla che non si possa toccare ma tutto va negoziato. E bisogna farlo soprattutto a livello aziendale.