UN SUGGERIMENTO PER IL GOVERNO GENTILONI: RIPARTIRE DA UN PIANO STRAORDINARIO PER L’OCCUPAZIONE E PER LO SVILUPPO

La crisi iniziata con le dimissioni del governo Renzi si avvia a chiudersi a tempo di record. La gravità della situazione ha indotto il Presidente Mattarella ad accelerare l’iter delle consultazioni e a sollecitare il Presidente incaricato, Paolo Gentiloni ad essere altrettanto veloce nella formazione del nuovo Esecutivo che sarà pronto nello spazio di poche ore.
Il punto delicato, però, è il programma.
Il mandato del Capo dello Stato è chiaro. Il Paese ha bisogno di un governo nella pienezza delle sue funzioni che sia in grado di affrontare i molteplici impegni e scadenze sul piano interno e su quello europeo e internazionale.
Un impegno fondamentale è quello di dare all’Italia una nuova legge elettorale in linea con le indicazioni che verranno dalla prossima sentenza della Corte Costituzionale e coerente con l’esigenza di avere un Parlamento in cui siano rappresentate tutte le idealità e tutta la gamma di interessi  in cui si articola la società civile.
Un nuovo governo si legittima agli occhi di una pubblica opinione fortemente critica verso la classe politica soltanto se mette al primo punto della propria azione l’adozione di provvedimenti atti ad avviare a soluzione i problemi più pressanti che affliggono i cittadini.
Il Capo dello Stato, nello spirito di preservare il ruolo di garante del Quirinale, non ha indicato tutte le priorità dell’agenda di governo, limitandosi a ricordare il sostegno alle popolazioni colpite dal terremoto e l’avvio della ricostruzione dei loro paesi.
Ma, accanto all’emergenza terremoto ci sono i problemi strutturali della nostra economia, il lavoro, la disoccupazione giovanile, il Mezzogiorno, l’economia reale e l’uscita definitiva da una fase che, dopo una lunghissima recessione, è ora ferma a una sostanziale stagnazione con tassi di crescita che si misurano in decimali di punto.
Il nuovo governo deve ripartire dai dati del referendum. Il no ha vinto, soprattutto, nel Mezzogiorno, fra i giovani e in tutte le aree del Paese e della società in cui è più forte la disoccupazione e più pesanti sono i disagi provocati dalla crisi economica.
È un segnale forte e i problemi che sono alla radice di questo disagio devono essere al primo punto dell’azione dell’Esecutivo.
Lo diciamo da anni. È  necessario un piano straordinario per il lavoro che riguardi tutta l’Italia ma che sia, in particolare, mirato a ridurre le sacche di disoccupazione delle aree più sottosviluppate. Un piano che dia risultati concreti in tempi brevissimi. Ci sono intere generazioni che sono tagliate fuori dal mondo del lavoro e che non possono attendere che, magari, fra dieci o fra venti anni, una futuribile ripresa economica produca effetti sui livelli occupazionali.
Questo giornale, peraltro, ha dimostrato in altri articoli che un rilancio dell’occupazione avrebbe ricadute positive sulla domanda interna e, in particolare, sull’edilizia e sui consumi durevoli, con  effetti positivi sui tassi di crescita della economia reale.
Purtroppo, la teoria di Tremonti, che l’occupazione viene creata dai datori di lavoro privati e non dallo stato, è stata un comodo alibi dietro il quale si sono trincerati tutti i governi, di centrodestra, di centrosinistra e tecnici.
Ovviamente, è una teoria che non ha alcun fondamento, perché è, invece, vero che buone leggi possono creare lavoro e cattive leggi possono distruggere lavoro.
E, soprattutto, perché, nel nostro Paese, il più importante datore di lavoro è proprio lo Stato. Un datore di lavoro che, da molti anni, sta riducendo sistematicamente gli organici in  tutto il pubblico impiego, alimentando le aree del non lavoro, senza preoccuparsi nemmeno che i tagli all’occupazione significano, in molti casi, un peggioramento della qualità dei servizi in settori nei quali la funzione dello Stato è essenziale, quali, ad esempio, la giustizia, la sicurezza, la scuola, la sanità.
Il voto sulla riforma costituzionale dice chiaramente che i cittadini sono stanchi di questo indirizzo e vogliono una inversione di tendenza.
È su questi temi che il governo Gentiloni dovrà misurarsi per dimostrare che la classe politica ha recepito il segnale lanciato dagli elettori con il voto sulla riforma costituzionale e per avviare un difficile percorso volto a ripristinare un clima di fiducia fra paese legale e paese reale.