UN CENTROSINISTRA APERTO E PLURALE PER IL CONFRONTO CON IL CENTRODESTRA POST BERLUSCONIANO

Nello Formisano
I sondaggi politici vanno sempre maneggiati con prudenza, anche perché spesso vengono utilizzati dal cittadino più che per esprimere preferenze per lanciare messaggi.
Però, sicuramente sono un utile strumento per valutare le tendenze degli elettori e la loro sensibilità rispetto ai temi sul tappeto. 
Secondo i dati diffusi negli ultimi giorni si registra una crescita del Centro-destra che fa seguito e trova origine nella separazione fra Forza Italia e Nuovo Centrodestra. La tendenza, al di là dei numeri, è da considerare abbastanza consolidata, visto che si presenta, anche se con percentuali diverse, nelle rilevazioni di tutti gli istituti demoscopici.
Considerate le vicissitudini di quello schieramento, il risultato appare singolare a molti osservatori.
Ma, se si esamina senza pregiudizi il fenomeno, appare evidente che il trend in salita è la naturale conseguenza della divaricazione fra alfaniani e berlusconiani doc. 
La causa di tale evoluzione è molto semplice. Aumentando l’offerta si raggiunge una platea più ampia e si ottiene un suffragio più elevato, in quanto la articolazione delle posizioni consente di avvicinare cittadini caratterizzati da posizioni politiche diverse, che difficilmente potrebbero convergere su un solo partito. 
Nel centro-destra, ad esempio, accanto ai fanatici ci sono anche persone che sono consapevoli degli errori e delle colpe di Berlusconi e alcuni di questi, magari in silenzio, hanno preso le distanze dall’ex premier spostandosi su posizioni centriste o di “non voto”. La costituzione di un partito che gravita nella stessa area ma non è una diretta emanazione del padre – padrone spinge questi elettori ad uscire dall’astensionismo e a manifestare la propria adesione alla nuova formazione.
D’altronde, è una costante della politica italiana. Le coalizioni ampie con un’offerta politica diversificata prevalgono su quelle in cui è più forte l’elemento identitario.
Le coalizioni di centro o di centro sinistra con cui la Democrazia Cristiana ha governato per circa cinquanta anni avevano il loro punto di forza proprio nella articolazione di posizioni fra le quali l’elettorato poteva scegliere nell’ambito dell’alleanza, articolazione che, peraltro, era presente nello stesso partito di maggioranza relativa che, da Scelba a Donat Cattin, offriva uno spettro di personaggi e di correnti che rappresentavano, in piccolo, tutto l’arco politico.
È provato sul piano storico che il modello era nettamente più efficace di quello del Partito Comunista, basato sulla omogeneità delle liste, nel quale l’apertura alla società civile passava attraverso la candidatura degli Indipendenti di sinistra. Nonostante i nomi prestigiosi che il vecchio PCI coinvolgeva in quelle operazioni che hanno portato in Parlamento illustri esponenti della cultura e delle professioni, gli elettori consideravano gli indipendenti di sinistra una semplice appendice del partito senza alcuna autonomia intellettuale e politica, così che, sul piano elettorale, il loro apporto era assolutamente insignificante.
Anche Prodi, l’unico che, finora, è riuscito a sconfiggere Berlusconi, ha sempre optato per coalizioni articolate, all’interno delle quali ogni componente avesse una visibilità sufficiente a raggiungere il proprio elettorato di riferimento.
La tattica di Berlusconi appare già evidente. Cercherà, non solo di riunificare i due tronconi in cui si è scisso il PDL, ma anche di aggregare altri soggetti, presentando un numero di liste molto ampio. D’altronde, nelle elezioni del 2013 la coalizione di centro destra comprendeva non solo gli alleati storici della Lega ma anche Fratelli d’Italia, La Destra, Grande Sud, MPA, MIR, Pensionati, Intesa Popolare, Liberi per un’Italia Equa e, al Senato, anche Cantiere Popolare e Basta Tasse. Sigle senza storia e senza un retroterra politico e programmatico che, però, sono state determinanti in alcune regioni. Così come, ai fini del conseguimento del premio di maggioranza alla Camera è stato determinante l’apporto del Centro Democratico, anche in presenza di un risultato non particolarmente brillante in valore assoluto.
L’esperienza suggerisce di non sottovalutare mai le mosse di Berlusconi. 
Il Centrosinistra non deve dare per scontato l’esito elettorale. Anzi, i dati degli istituti di rilevazione dicono che sarà una battaglia molto dura. Dati che sono ancora più preoccupanti se si considera che le indagini demoscopiche hanno sempre sottovalutato il centrodestra, in quanto, evidentemente, una parte dell’elettorato si vergogna di ammettere che vota per Berlusconi, ma, comunque, continua a votarlo, probabilmente perché non considera soddisfacente l’offerta politica alternativa. 
Quindi, se non si vuole correre il rischio di una ennesima vittoria mancata, anche il centrosinistra deve articolarsi su una pluralità di partiti, cercando di dare una rappresentanza a tutti i settori della società che sono compatibili con la propria visione politica. 
Certo, bisogna evitare le degenerazioni dell’Unione, assicurare una rigorosa disciplina di coalizione e un senso di responsabilità, in base al quale gli interessi dell’Italia vengano prima di quelli della alleanza e gli interessi dell’alleanza prima di quelli del singolo partito.
Però, è certo che il modello del partito a vocazione maggioritaria è un modello perdente in termini elettorali ed è un modello non apprezzabile sul piano politico in quanto, in realtà, dietro il termine elegante “vocazione maggioritaria” si celano, tendenze egemoniche che, tradizionalmente, tentano, senza successo, di trasferire sul piano dei rapporti di forza  il confronto con gli alleati e con le articolazioni della società che, invece, dà frutti positivi se è fondato su principi di pluralismo, di apertura e di inclusività, principi che sono, peraltro, nel dna e nella tradizione della cultura progressista e riformatrice.