SENTENZA BERLUSCONI MEDIASET, FERMARE PAROLE IN LIBERTÀ

palazzo della corte di cassazione

Poche volte è capitato di leggere un tale campionario di parole in libertà come quelle che sono state diffuse sulla stampa e sulle reti televisive a proposito della sentenza Mediaset.
Non è in discussione, ovviamente, il diritto di dissentire dalla sentenza e di proclamare “urbi et orbi” la propria convinzione che Berlusconi è innocente.
Ma, se si ricoprono incarichi istituzionali o si hanno ruoli di “opinion makers” e si vuole criticare una sentenza, si ha il dovere di esprimere concetti fondati sul piano giuridico o almeno che abbiano un senso compiuto sul piano della logica.
Invece, evidentemente la volontà di ingraziarsi il Capo sta mandando in tilt un’intera area politica che dal giorno della condanna si sta esibendo in un autentico sciocchezzaio di osservazioni da bar, di proposte avventurose, di contestazioni apodittiche senza alcuna argomentazione a sostegno.
Ricapitoliamo le tesi più assurde ascoltate negli ultimi giorni.
La tesi della nullità. La sentenza deve essere annullata perché il presidente Esposito ha rilasciato un’intervista a un giornale. Basterebbe, per smontare una tesi del genere, la dichiarazione del Prof. Franco Coppi, che era l’avvocato di Berlusconi. Ma, solo per apportare un elemento di chiarezza definitiva, il Codice di Procedura Penale dice che la sentenza è nulla se manca la motivazione, se manca o è incompleto nei suoi elementi essenziali il dispositivo ovvero se manca la sottoscrizione del giudice. Altri casi di nullità non sono previsti.
La tesi della revisione, secondo la quale l’intervista potrebbe essere causa di revisione della sentenza.

Anche la revisione è disciplinata in modo rigoroso dal Codice di Procedura ed è prevista solo nel caso che i fatti a fondamento della sentenza siano inconciliabili con quelli stabiliti in altra sentenza irrevocabile, che ci sia alla base della condanna una sentenza civile o amministrativa poi revocata, che la condanna sia stata pronunciata a seguito di falsità o di altri reati, che  emergano nuove prove che dimostrino la non colpevolezza del condannato.
La tesi della ricusazione postuma. La ricusazione è sottoposta a termini perentori. Una ricusazione post sentenza non è prevista da nessun sistema giuridico, al mondo. Ancora meno per fatti successivi alla sentenza stessa.
Ultimo punto, l’intervista può essere motivo di ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non credo che un’intervista, per quanto discutibile, sia un elemento particolarmente significativo. Comunque, il ricorso alla CEDU è una strada tentata già da altri, in particolare da Bettino Craxi, senza successo. Nel caso specifico, è difficile sostenere che Berlusconi con tutto il suo staff di avvocati, di consulenti, di giornalisti, di parlamentari sempre attenti a denunciare la minima deviazione, non abbia avuto un giusto processo.
Per quanto riguarda la figura del giudice Esposito, dopo la campagna del Giornale e di Libero, possiamo dire di sapere tutto sul suo conto.
E il profilo che emerge è di un giudice culturalmente conservatore, da sempre sotto accusa da parte della sinistra, come dimostrano le interrogazioni parlamentari di cui fu fatto oggetto da parte dei deputati del PCI già negli anni ’80, da cui derivarono, anche, indagini a suo carico da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. E che già aveva incrociato i destini giudiziari del Presidente del PDL agli inizi degli anni 2000 quando ne aveva confermato il proscioglimento per prescrizione nel processo All Iberian.
Le critiche contro Esposito sono, ovviamente, più che legittime, ma sicuramente non si può dire che è un giudice comunista, pregiudizialmente ostile al Cavaliere.