SCUOLE IN SCIOPERO CONTRO LA RIFORMA. VALORIZZARE LA FUNZIONE DOCENTE

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Lo sciopero del 5 maggio trova solidali tutti i sindacati della scuola, per la prima volta da molti anni a questa parte. e incontra il sostegno, anche, delle principali associazioni studentesche.
È la prova definitiva, ammesso che ce ne fosse bisogno, che la riforma non è gradita a nessuna delle componenti della scuola. 
Peraltro, se le argomentazioni a favore sono quelle espresse nella settimana passata dalla ministra Stefania Giannini a Repubblica, è difficile trovare qualche motivo per condividere le tesi dell’Esecutivo.
In primo luogo, il tono delle dichiarazioni è prova di mancanza di capacità – o, peggio, di volontà – di esaminare con la dovuta attenzione le ragioni degli altri. L’intervista è apparsa come una accusa generalizzata a tutta la classe docente di cui non ci sono precedenti nella storia della Repubblica italiana. La Giannini ha classificato i docenti in una maggioranza abulica e una minoranza aggressiva.  E, per completare una valutazione che definire provocatoria è davvero riduttivo, ha dichiarato “Ho certezza che fra i docenti ci sia un’inerzia diffusa e avverto il rischio che non vogliano partecipare al cambiamento” .
In pratica, la titolare dell’Istruzione è consapevole che la stragrande maggioranza dei docenti è contraria alla riforma. Cosa che era facile immaginare, considerato che la proposta in discussione trasforma una scuola non buona in una scuola pessima.
Dall’intervista emerge, in modo palese, la volontà di tenere il punto e di non aprire a nessuna trattativa. 
D’altronde, la ministra è una che non cambia idea facilmente. Lo ha già dimostrato nella sua breve esperienza ai vertici di Scelta Civica, partito che non è sopravvissuto alla sua segreteria.
C’è da augurarsi che, dopo il suo passaggio a Viale Trastevere  il disastro  sia meno marcato. 
Purtroppo, le sue dichiarazioni dimostrano una mancanza di spirito autocritico che non promette niente di buono. 
Riassumendo, sono contrari alla riforma gli insegnanti, i sindacati, gli studenti, più della metà delle Camere se si considerano i dissensi nel Partito Democratico. Ma tutto questo non fa sorgere nella ministra il dubbio che ci sia qualcosa da rivedere nel disegno di legge all’esame del Parlamento. 
È sperabile che lo sciopero del 5 maggio, uno sciopero proclamato da tutte le Organizzazioni sindacali del settore, induca a una fase di resipiscenza e a rivalutare le obiezioni argomentate che vengono mosse alla riforma. 
Anche perché il disegno di legge non merita una difesa così accanita. Senza entrare nel dettaglio, lo spirito del provvedimento è assolutamente sbagliato e rischia di provocare guasti difficilmente sanabili nel sistema scuola.
Evidenziamo solo alcuni punti critici che, peraltro, la ministra ha rivendicato nella sua intervista come punti qualificanti della riforma.
La scuola non è un’azienda. Deve offrire un servizio la cui qualità è di primaria importanza per la società, visto che da essa dipende la formazione della futura classe dirigente e la crescita civile e culturale di tutto il Paese.
In tale contesto attribuire al preside un ruolo da capoazienda è un errore da matita blu, tanto per usare un linguaggio scolastico. Mette a rischio l’autonomia didattica, una prerogativa dell’insegnamento che è stata sempre tutelata nell’Italia repubblicana. Il ruolo del Preside come capoazienda è in netto contrasto con la valorizzazione della funzione docente, in quanto sancisce il predominio gerarchico di un soggetto, il dirigente scolastico, che ha un ruolo importante ma non può e non deve interferire nella didattica che è nella competenza esclusiva dei professori.
In una “buona scuola” il ruolo centrale spetta agli insegnanti che hanno il compito di formare i futuri cittadini. Il preside ha un ruolo burocratico, deve badare alle aule, alla 626, agli adempimenti amministrativi, alle sostituzioni, ai progetti, ai finanziamenti pubblici. Tutte cose importanti ma che non hanno nulla a che fare con l’insegnamento e che possono migliorare l’efficienza della scuola, solo se non entrano in conflitto con le responsabilità dei professori. 
Trasformare la scuola in una azienda, dare al dirigente scolastico un ruolo da capoazienda e ridurre gli insegnanti a impiegati significa che la funzione primaria della scuola diventerà fare progetti, riempire moduli, cercare risorse aggiuntive perdendo di vista la centralità degli allievi e dell’insegnamento.
Ma lo scenario potrebbe essere ancora peggiore, visto che la riforma attribuisce al dirigente scolastico il potere di assumere i professori a sua discrezione, senza alcuna graduatoria e senza alcuna regola.  Una norma che sembra perfetta per provocare abusi e clientelismi. 
Il giornalista di Repubblica ha parlato di assunzioni di parenti e lecchini. La Giannini ha saputo solo rispondere che un preside che sbaglia perderà l’indennità e, poi, il ruolo. Evidentemente la ministra non ha le idee chiare sulle guarentigie dei funzionari dello Stato e non sa che il disegno di legge del quale si discute, non conitene alcuna norma che preveda sanzioni specifiche, né controlli particolari volti a riequilibrare i superpoteri attribuiti ai presidi.
E, comunque, agli italiani non interessano le sanzioni. Interessa che la scuola funzioni meglio. 
Se entrerà in vigore questa legge, invece, si porranno le basi per un peggioramento radicale e definitivo di tutto il sistema scolastico.
I tanti che parlano di morte della scuola non vogliono contestare in modo pregiudiziale l’azione dell’Esecutivo, ma sono consapevoli di una deriva allarmante, che potrebbe diventare realtà a breve, se la riforma dovesse essere approvata nei termini in cui è stata portata all’esame del Parlamento.