RIFORMARE LA TELEVISIONE ITALIANA SUL MODELLO DELLA BBC

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                                                                                      L’OPINIONE

di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino
 

E’ stata necessaria un’iniziativa del sindacato dei giornalisti radiotelevisivi (l’USIGRAI) perché, sia pure con titoli smilzi e nascosti nelle pagine interne, si ricominciasse a parlare sui quotidiani (sempre meno diffusi, purtroppo) nei giorni scorsi di una questione che è centrale per la democrazia repubblicana: l’assetto dell’informazione pubblica e privata nel nostro paese.
A cominciare dalla Rai che resta – dal punto di vista delle dimensioni che la caratterizza e l’influenza che esercita – la maggiore industria culturale e rispetto alla quale gli altri media si confrontano ogni giorno e ogni ora e versa in una situazione che è, per molti aspetti, incerta e difficile.
L’evasione del canone stabilito per legge, e che ha raggiunto quest’anno la misura di 113,50 euro, supera – come è noto- i 500 milioni quest’anno e rende quasi impossibile per l’attuale governo della Rai raggiungere gli obbiettivi del pareggio del bilancio e del perseguimento del servizio pubblico.
Certo, non c’è dubbio alcuno che la legge Gasparri che ancora regola il settore debba essere modificata.

Personalmente sono d’accordo con i giornalisti che l’azienda debba passare dalla sfera della pubblica amministrazione a quella di una società di diritto privato, sotto il controllo della Corte dei Conti; che sia urgente all’inizio della legislatura una legge sul conflitto di interessi in grado di colpire tutti i soggetti interessati, un nuovo piano nazionale delle frequenze e la difesa dell’unità e indivisibilità del servizio pubblico in vista della scadenza del contratto di servizio fissata nel 2016.
E infine, sostiene a ragione il sindacato dei giornalisti, che supera, con questa affermazione, l’attuale forte tendenza al corporativismo di tutte le categorie professionali, inclusi i giornalisti, la stipulazione di un “Patto con i cittadini” fondato sulla diversità del servizio pubblico che, a differenza degli altri, deve garantire “pari opportunità” e “una corretta rappresentazione della diversità di genere.”
A queste caratteristiche di fondo Giovanni Valentini, che di informazione si occupa da molti anni sul quotidiano più diffuso in Italia, aggiunge che sarebbe utile istituire una web tv pubblica che potrebbe valorizzare su nuove piattaforme il notevole patrimonio produttivo dell’azienda. E l’Italia,in questo modo, disporrebbe di un canale internazionale in grado di raggiungere l’ampio pubblico che partecipa attraverso la Rete a quel che si produce in Italia.
Un altro punto è da sottolineare: un servizio pubblico così riformato potrebbe rinunciare alla pubblicità sul modello della BBC inglese o della Rtve spagnola e questa sarebbe una misura tale da affrancare l’azienda dalla schiavitù dell’audience e di conseguenza dalla subalternità della politica che negli anni del populismo ha dato un grande potere all’uomo di Arcore ma che in futuro darebbe comunque il potere ai nuovi governanti, chiunque essi siano.
Valentini aggiunge che, se la Rai facesse a meno della pubblicità, la fetta pubblicitaria potrebbe ripartire su altre tv e sugli altri media riequilibrando il mercato a favore del pluralismo dell’informazione e della libera concorrenza con una più rigorosa normativa antitrust.
Riporto queste proposte dei giornalisti e – confesso -mi  sembra quasi di sognare.
Siamo ancora in una situazione molto lontana da una simile situazione alla fine della sedicesima legislatura conclusa (voglio ricordare da una relazione unanime della commissione di inchiesta Antimafia a maggioranza di centro destra che di fatto cerca di negare le trattative mafia-Stato nella storia italiana e ultimamente nel biennio ’92-93) e, per quanto io sia tra gli italiani che sperano fervidamente nella vittoria di un centro-sinistra riformatore, non sarà facile nella diciassettesima legislatura eliminare la Gasparri come il conflitto di interessi e mantenere unita la coalizione che, con indubbie difficoltà, si sta formando per le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013.
Né sarà indolore dare in mano a parlamentari competenti e onesti la fattura di queste leggi decisive per ripristinare un servizio pubblico degno della democrazia repubblicana e così efficace da fare della Rai, come è stata pure per alcuni anni, la pietra angolare di un sistema informativo indipendente dalla politica e in grado di offrire a cittadini ( che devono essere più istruiti di adesso, come ci ricorda ogni giorno l’OCSE di cui siamo ora il fanalino di coda, purtroppo) tutte le notizie di cui hanno bisogno per capire quel che succede nella nostra Italia come in gran parte di un pianeta ancora insidiato da mille contrasti e tragedie.