RIFORMA PENSIONISTICA E STAFFETTA GENERAZIONALE, SUPERARE LE RESISTENZE DELLE GERONTOCRAZIE MINISTERIALI

Matteo Renzi

Come avevamo previsto, appena è stata avanzata una possibilità concreta di riforma della famigerata legge Fornero, è cominciato il fuoco di sbarramento da parte delle gerontocrazie dei ministeri.
Una opposizione apodittica, in quanto le argomentazioni sono talmente risibili che non meritano nemmeno di essere confutate. Nel momento in cui la stessa Fornero ha riconosciuto che sarebbe opportuno flessibilizzare i requisiti pensionistici è patetico resistere in una trincea che ha fatto solo danni alla  nostra economia.
Peraltro, le resistenze poggiano su una impostazione del problema palesemente erronea. Il ministro Poletti ha giustamente motivato la riforma con l’esigenza di sbloccare l’accesso dei giovani al mercato del lavoro e di agevolare la modernizzazione delle imprese che, ingolfate di lavoratori anziani, “faticano a tenere il passo con un mondo che va sempre più veloce”.
Nella nostra analisi abbiamo aggiunto un argomento che è altrettanto, se non più importante: bisogna dare una spinta ai consumi perché solo se riparte la domanda interna riparte l’economia. 
L’alternativa è rimanere attaccati a percentuali dello zero virgola che, se statisticamente dicono che il Paese è in ripresa, dal punto di vista sostanziale certificano il persistere della stagnazione e l’aggravarsi della disoccupazione giovanile che rimane oltre il 40 per cento, percentuale che è il doppio della media UE e che cresce ulteriormente nel Mezzogiorno con punte che avvicinano alcune regioni agli stati più depressi dell’Africa sub sahariana.
Il problema, quindi, non è venire incontro ai pensionandi, ma utilizzare la disponibilità di una parte dei lavoratori più anziani ad anticipare l’età della pensione per avviare un nuovo corso espansivo di politica economica e per evitare l’esplosione di un bubbone sociale quale quello della disoccupazione giovanile che, se lasciato incancrenire, potrebbe avere effetti devastanti.
Non è una semplice riforma pensionistica, è l’avvio di una manovra di politica economica per la quale servono risorse, come ne servono per gli altri provvedimenti  da inserire nella legge di stabilità.
I fondi da stanziare, peraltro, sono molto limitati.
Abbiamo già dimostrato che con i tre miliardi destinati alla abolizione delle imposte sulla prima casa si potrebbero assumere, utilizzando una certo modello di staffetta generazionale, 380 mila giovani. 
Quindi, se proprio non ci sono altre risorse, si possono utilizzare quelle individuate per intervenire sugli immobili, visto che l’abolizione dell’IMU sulla prima casa non comporta alcun vantaggio diretto in termini occupazionali e che, per di più, provoca anche problemi con la Commissione europea che, giustamente, si domanda per quale motivo dirottare risorse su quel versante quando sarebbe più corretto privilegiare la creazione di nuova occupazione.
Ma, Renzi è l’uomo della rottamazione. Non può farsi fermare da burocrati e tecnici chiusi che finora hanno combinato solo disastri. Gli esodati, la disciplina della perequazione pensionistica abrogata dalla Consulta, i dati sballati sulla occupazione sono, ovviamente, da addebitare ai ministri pro tempore in carica, ma sono frutto, soprattutto, della inadeguatezza delle strutture burocratiche che istruiscono le pratiche con approssimazione e con arroganza.
L’ultimo esempio è di pochi giorni fa’. Il ministero dell’Economia ha scoperto che negli anni 2013 e  2014 si registra un avanzo del fondo esodati per 500 milioni e ritiene di potere incamerare tale somma, mentre ci sono ancora tanti ex lavoratori in attesa di salvaguardia. 
Secondo il Presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano, gli avanzi fino al 2023 sarebbero molto più elevati, fino a raggiungere i tre miliardi e 300 milioni su uno stanziamento complessivo di 11,6 miliardi, con un errore previsionale superiore al 28 per cento.
Una vicenda kafkiana che dimostra tutta la inadeguatezza di alcune strutture molto delicate dello Stato che avrebbero bisogno di un gigantesco turn over per crescere in professionalità e credibilità.
Un motivo in più per introdurre la staffetta generazionale nel nostro ordinamento e, magari, per renderla obbligatoria per alcune posizioni di vertice della pubblica amministrazione.