RENZI PRONTO A CONCESSIONI SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE. SENZA LA SINISTRA IL PD NON È PIÙ MAGGIORANZA E IL GOVERNO RISCHIA

Senato della Repubblica

Dopo lo bagarre sulla riforma della scuola, il governo si prepara allo scontro sulla legge costituzionale di riforma del Senato. La questione si presenta molto difficile, in quanto la maggioranza è risicata, in particolare dopo l’abbandono di altri tre senatori. Senza ricompattare il partito difficilmente il premier riuscirà a portare a casa il risultato, considerato che, in seconda lettura, le riforme costituzionali vanno approvate a maggioranza assoluta dei componenti l’assemblea. Non a caso, infatti, negli ultimi giorni stanno cominciando a trapelare indiscrezioni sulla possibilità di una apertura di Palazzo Chigi a varie modifiche.
In particolare, si è parlato di cambiare la modalità di elezione dei senatori, che non sarebbero più eletti dai consigli regionali tra i loro componenti ma dagli stessi elettori in un listino ad  hoc collegato alla lista per il Consiglio regionale. In questo modo, da una parte il corpo elettorale avrebbe un maggiore potere di scelta, dall’altra rimarrebbe in ogni caso inalterata la struttura della riforma. Si tratterebbe quindi, se fosse confermato, di un miglioramento importante, ma solo iniziale. In particolare, il nuovo Senato dovrebbe avere maggiori poteri, che gli consentano una reale funzione di controllo, specialmente nell’ambito dei rapporti fra Stato e Regioni. Se deve essere una vera Camera delle regioni, allora le sue competenze dovrebbero quantomeno riguardare tutto ciò che riguarda le regioni. 
Ci sono, inoltre, delle considerazioni da fare dal punto di vista politico. Le modifiche alla riforma potrebbero costituire il primo passo per riallacciare i rapporti con la sinistra, da SEL alla coalizione sociale di Landini e alla nuova formazione di Civati. Per il PD, infatti, è necessario conservare l’elettorato di sinistra. Se è vero che i voti moderati sono fondamentali, è, però, altrettanto vero che non si devono perdere gli elettori progressisti che costituiscono la tradizionale area di riferimento del partito. Lo si è visto nelle recenti elezioni amministrative, in cui le divisioni a sinistra hanno regalato al centrodestra redivivo ed ai Cinquestelle la vittoria nei ballottaggi. Lo si è visto anche nella storia dei partiti di centrosinistra in Europa. In Germania, dalla divisione che ha portato alla nascita della Die Linke, la SPD ha perso la sua centralità politica divenendo una semplice stampella dei cristianodemocratici. In Gran Bretagna, lo spostamento al centro del Partito Laburista gli ha fatto perdere il supporto del suo tradizionale elettorato, formato principalmente da cittadini scozzesi, che si è spostato verso il Partito Nazionale Scozzese, la cui classe dirigente è formata proprio da fuoriusciti del Labour. Insomma lo spostamento al centro del Partito Democratico di Renzi va bene, ma non deve fare perdere il supporto della sinistra se il PD vuole conservare la sua attuale centralità nel panorama politico.