PROSPETTIVE DELL’ECONOMIA ITALIANA PER IL 2014

Enrico Letta
Dopo l’approvazione della Legge di Stabilità le prospettive della nostra economia sono sostanzialmente immutate. 
I governi Monti e Letta hanno rimesso in ordine i conti pubblici. Il deficit, ora, è sotto controllo e anche il rapporto fra debito  e prodotto interno lordo, a breve, dovrebbe ricominciare a ridursi.
L’economia, però, non ha fatto registrare progressi degni di nota.
La ripresa è molto lenta. Le esportazioni vanno bene e miglioreranno ancora di più quando si sarà rafforzata la congiuntura negli altri Paesi. Ma, senza l’apporto dei consumi interni che continuano ad essere stagnanti, è pressoché impossibile che l’uscita dalla recessione possa tradursi in qualcosa di diverso da una crescita di qualche decimale di punto. 
La premessa per superare la crisi è la presa d’atto che l’ economia è afflitta da problemi strutturali, in aggiunta a quelli congiunturali che hanno colpito gli altri paesi. Problemi che  risalgono almeno agli anni ’80, quando la carenza di competitività fu coperta con iniezioni di liquidità a debito che misero in ginocchio la finanza pubblica e di cui ancora oggi paghiamo il prezzo. 
Chi incolpa l’euro delle nostre difficoltà dovrebbe ricordare la crisi del 1992, tamponata dal governo Amato con una serie di provvedimenti lacrime e sangue che colpirono in misura pesante sia la ricchezza finanziaria che la ricchezza immobiliare.
I problemi si sono ulteriormente aggravati con la globalizzazione che ha modificato radicalmente le ragioni di scambio internazionali a danno degli Stati avanzati, e, quindi, anche a danno anche dell’Italia e ha inciso profondamente sulla distribuzione del reddito portando a una concentrazione della ricchezza che non trova eguali in epoche precedenti.
I riflessi negativi, da un lato sull’industria manifatturiera, dall’altro sui consumi interni, sono, purtroppo, incontestabili.
La crisi della finanza internazionale ha soltanto fatto esplodere problemi che preesistevano. Ed è su questi problemi che bisogna intervenire, onde evitare che, al di là della congiuntura avversa, il declino continui in modo inarrestabile.
In tempi normali, la Legge di Stabilità del governo Letta sarebbe stata una buona legge. Nelle attuali circostanze é troppo debole e troppo ecumenica per affrontare e per avere un impatto apprezzabile sui nodi cruciali della economia. 
Non ci sono misure significative in tema di occupazione, gli sgravi per ridurre il cuneo fiscale sono troppo modesti per determinare effetti tangibili sulla competitività delle aziende, gli interventi finalizzati ad aumentare i consumi sono poco ambiziosi..
Le poche risorse disponibili sono state assorbite dall’IMU prima casa a cui l’Esecutivo è stato costretto, quando il PDL faceva parte ancora della maggioranza, da una promessa elettorale di Silvio Berlusconi.
Un’operazione che, nell’attuale contesto, non ha alcuna giustificazione in quanto ha portato a un utilizzo inefficiente di risorse rilevanti che il Paese non si poteva permettere.
Basti considerare che il costo complessivo dell’operazione è stato di circa cinque miliardi. Investendo solo un miliardo e mezzo nella staffetta generazionale si sarebbero potuti creare oltre 190 mila posti di lavoro e ridurre, nel contempo i costi per le imprese (o per la Pubblica Amministrazione) per oltre tre miliardi di euro. Con effetti benefici sulla efficienza, sul rapporto costi ricavi, sulla competitività e sulla produttività.
In conclusione, la Legge di Stabilità rappresenta sicuramente un punto di svolta, ma è insufficiente. Le scelte sono positive ma le risorse investite non sono state adeguate alla gravità della situazione.
Ora è necessario approfondire il percorso con riforme incisive sui nodi strutturali che frenano la crescita. 
Una maggioranza più ridotta ma più coesa può essere condizione favorevole per un programma di interventi coerente e concentrato sui problemi strutturali dell’economia reale. Al di là delle differenze di posizioni e di valutazioni Letta, Renzi e Alfano hanno due punti in comune, un pragmatismo svincolato da posizioni pregiudiziali e l’esigenza di produrre risultati in tempi rapidi. Se si aggiunge che sono esponenti di partiti interclassisti che non hanno riferimenti specifici in segmenti circoscritti del corpo elettorale si può concludere che ci sono tutte le premesse per un 2014 ad alto tasso di riforme.
Ma sono necessari altri due elementi per rendere proficuo il lavoro. La rapidità di azione in quanto in economia il tempo è un fattore di enorme importanza e la capacità di utilizzare strumenti innovativi in quanto le politiche tradizionali hanno già dimostrato la loro inidoneità a riportare l’economia italiana sulla via dello sviluppo.