PROMEMORIA PER RENZI: È L’OCCUPAZIONE IL PROBLEMA PIÙ IMPORTANTE. ATTIVARE SUBITO PREPENSIONAMENTI E STAFFETTA GENERAZIONALE

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Il governo Renzi ha superato i cento giorni ma non ha ancora adottato quei provvedimenti di attacco ai veri problemi del Paese che erano stati annunciati come imminenti quando ancora era in carica l’Esecutivo di Enrico Letta.
Il “jobs act” presentato come un complesso di misure volte a rivitalizzare il mercato del lavoro rimane ancora un oggetto misterioso. Non si può negare che qualche decreto é stato emanato, ma si tratta di semplice routine. Siamo ben lontani da quella velocità e da quella incisività che il Presidente del Consiglio considerava indispensabilI per trarre l’Italia fuori dalla palude nella quale si dibatte ormai da tempo immemorabile.
Peraltro, l’attenzione dei media – e dei politici che all’attenzione dei media, spesso, subordinano la loro attività – è concentrata, oltreché sugli scandali che, purtroppo, non mancano mai, su temi più istituzionali, quali la riforma del Senato e la nuova legge elettorale. Questioni sicuramente importanti ma che non sono al centro dell’interesse dei cittadini.
Nemmeno i dati sulla disoccupazione sono stati sufficienti a ridare impulso alle iniziative in materia.
Eppure, si tratta di dati drammatici e senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana.
I mass media hanno cercato, più o meno in buona fede, di presentarli in maniera meno allarmante, senza peraltro riuscirci. La televisione ha parlato di “dato più elevato dal 1977”, lasciando credere che ci sia stato un momento nel passato in cui la situazione era analoga alla attuale. In realtà, è il livello più elevato della storia repubblicana. Solo che la serie storica si ferma al 1977 e, quindi, le comparazioni con gli anni precedenti  sono difficili. Il dato più grave è quello della disoccupazione giovanile che è giunta al 46 per cento, percentuale che supera il 60 per cento nel Mezzogiorno, percentuali da brivido che significano che intere generazioni rischiano di essere tagliate fuori per sempre dal mercato del lavoro.
Purtroppo, né gli osservatori, né i politici si rendono conto del significato della rilevazione e la trattano alla stregua di una banale indicazione statistica.
Nessuno ha compreso che vengono tagliate fuori dal mercato del lavoro intere fasce di giovani che vengono emarginati anche dal mercato dei consumi, soprattutto di quelli durevoli. Intere generazioni non potranno formarsi una famiglia con effetti devastanti e irrecuperabili sulla economia e sulla demografia e che produrranno conseguenze a cascata nei decenni a venire.
La verità è che nessuno sa cosa fare, salvo aspettare una fantomatica ripresa che, anche  quando arriverà, sarà talmente debole da non avere alcun effetto sulla occupazione.
Per creare lavoro sono necessari massicci investimenti, ma con un debito pubblico al 130 per cento non ci sono fondi pubblici da impiegare.
C’è chi invoca l’intervento dei privati. Ma, al di là della legislazione più o meno favorevole e del costo del lavoro più o meno elevato, il privato investe quando ha la ragionevole certezza che la domanda è in ascesa ed è improbabile che possa farlo in un mercato stagnante, con vendite in calo e produzione che intasa i magazzini. 
Il punto di partenza della ripresa deve essere necessariamente un aumento dei consumi, senza il quale è difficile ipotizzare maggiori investimenti.
Visto che il fattore che maggiormente incide in senso negativo sulla domanda è proprio la mancanza di lavoro, la lotta alla disoccupazione  deve essere il nucleo centrale per avviare la  ripresa economica.
Stante tale situazione e la indiscussa sensibilità di Renzi per le problematiche di grande impatto sui cittadini lascia perplessi che, a distanza di tre mesi dall’insediamento non esista ancora un piano organico per riattivare un circuito virtuoso domanda – investimenti – sviluppo.
Evidentemente, c’è difficoltà a elaborare un tale piano, considerato che le ricette tradizionali si sono dimostrate palesemente inadeguate a invertire le tendenza.
E, in effetti, per affrontare una situazione senza precedenti sarebbe necessario innovare le  terapie
In mancanza di investimenti si può stimolare la domanda solo agendo sulla distribuzione del reddito e aumentando la platea dei consumatori. 
Combattere la disoccupazione in tale contesto è un dovere economico, oltreché un dovere sociale. E bisogna mettere in campo tutti gli strumenti per conseguire un obiettivo che è prioritario rispetto a  qualsiasi altro intervento.
Quindi, staffetta generazionale, part time pensionistico, prepensionamenti anche con parziale turn over sono, tutte, linee di azione che vanno attivate con immediatezza onde evitare ulteriori peggioramenti della situazione. 
Il settore pubblico deve essere in prima fila in questa operazione, sia perché è un settore che, da anni, ha chiuso sostanzialmente le porte alle nuove generazioni, sia perché la sostituzione di lavoratori anziani con neo assunti può avvenire a costo zero, considerato che l’aggravio derivante dalle pensioni anticipate è ampiamente compensato dal risparmio sulle retribuzioni dei dipendenti da mettere in quiescenza. 
Oltretutto sarebbe un modo di dare nuova linfa alla Pubblica Amministrazione che oggi fra scandali e inefficienze appare assolutamente inadeguata alle esigenze di un paese che deve rimettere in moto il processo di sviluppo.
Ma  la staffetta va estesa anche al settore privato, prevedendo un impegno economico da parte delle aziende che, in presenza di idonei strumenti normativi, sarebbero ben felici di reinvestire nella assunzione di giovani una parte dei vantaggi economici che ricaverebbero dall’operazione.