PROCESSO BORSELLINO: LA VERITÀ ANCORA LONTANA

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Era, da molti punti di vista, inevitabile e perciò tanti poteri, occulti e visibili, si erano mossi per fermare il quarto processo dedicato alla strage di via d’Amelio e denominato, perciò, indicando la vittima più importante, il giudice Paolo  Borsellino a Palermo.
Ed è quello che sta accadendo. I quotidiani ne parlano poco o nulla e ancor più tacciono i nostri numerosi e per così dire lottizzati canali televisivi.
Ma, già oggi l’opinione pubblica che ama la democrazia repubblicana e la costituzione del 1948 sa che un testimone  e imputato importante  come l’ex presidente del Senato e vicepresidente del CSM come l’avellinese Nicola Mancino, è stato investito dall’aggravante dell’articolo 61 numero 2 da parte del procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi.
Secondo il PM, Mancino avrebbe mentito ai giudici non soltanto per sfuggire ai giudici e assicurarsi l’impunità ma anche per far accantonare le responsabilità dei carabinieri del ROS (Subranni, Mori e De Donno) impegnati nel dialogo con il mafioso ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e in definitiva occultare le trattative degli anni ottanta e novanta tra mafia e Stato.
Nello stesso tempo, la Corte di Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto che ha rinviato al 27 giugno prossimo ha incluso tra le parti civili l’associazione Libera di don Ciotti, la presidenza del Consiglio dei ministri, il centro Pio La Torre, il prefetto Gianni De Gennaro e L’Associazione delle vittime di via dei Georgofili guidata da Giovanna Maggiani Chelli. Ha escluso, invece, le Agende Rosse di Palermo protagoniste per tanti anni con Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, di tante battaglie civili contro la mafia a cui chi scrive ha spesso partecipato in giro per l’Italia.

Borsellino ha spiegato sulla rete perché è avvenuta l’esclusione dalla parte civile: ha parlato del mancato arrivo di forze che avrebbero potuto battersi a  favore dell’inclusione dell’associazione tra le parti civili del processo e, indirettamente, ha criticato duramente  i politici ancora in pista che, dopo più di vent’anni, si sono finalmente  ricordati di quello che era successo nel 1992. Mi sento ancora una volta vicino agli amici delle Agende Rosse come Salvatore Borsellino e constato ancora una volta che non siamo usciti da quell’età populista che limita ancora tanto la nostra democrazia repubblicana.
Le contraddizioni e la mancata scoperta della verità su quegli anni influiscono oggi in maniera profondamente negativa sul processo civile del nostro paese. E non si può pensare che, da sola, la magistratura potrà aiutarci a superare il momento difficile, se non ci sarà uno sforzo collettivo della maggioranza degli italiani in questa direzione.
L’altro elemento di novità che è appena emerso e sul quale vale la pena dire qualcosa è il ruolo centrale che all’inizio degli anni novanta, cioè quando la crisi della repubblica raggiunge il massimo della sua gravità, riveste l’attività della ndrangheta  calabrese, e in particolare reggina, alla ricerca di nuovi referenti politici. Ed è allora, con la presenza dei servizi segreti, della massoneria e del movimento neofascista ancora in piedi, che si realizza l’accordo tra apparati dello Stato e associazioni mafiose che provocherà prima le due grandi stragi di mafia, con la morte di Falcone e Borsellino e delle loro scorte, e successivamente gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano. È  questa la tesi che è alla base delle indagini portate avanti dal sostituto procuratore della repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e che colloca così in una fase precedente al 1992 e all’assassinio di Salvo Lima l’aggregarsi delle forze che realizzeranno la strategia stragista dei primi anni novanta.
Una simile impostazione tiene conto di un fatto obbiettivo importante che è l’ascesa dell’associazione mafiosa calabrese al maggior potere all’interno della costellazione italiana e al crollo del sistema politico italiano qualche anno prima di quanto finora era stato indicato. Ma certo occorrono altre indagini che avranno luogo nei prossimi mesi per raggiungere una effettiva certezza.
Non c’è dubbio peraltro che i processi in corso forniranno elementi significativi a quella che Sergio Zavoli chiamò molti anni fa la notte della repubblica.