PREPENSIONAMENTI E STAFFETTA GENERAZIONALE PER RIEQUILIBRARE LA LEGGE DI STABILITÀ

Giampiero d'Alia ministro Funzione pubblica
Il tiro alla legge di Stabilità sta diventando uno sport nazionale, dentro e fuori il Parlamento. Il PDL disconosce la paternità del provvedimento, nel PD sono sempre più frequenti le prese di distanza, la Confindustria chiede modifiche, i Sindacati proclamano uno sciopero generale.
Il problema è che tutti propongono nuove spese ma nessuno si preoccupa di indicare le coperture a fronte delle maggiori uscite.
Continuando su questa strada è probabile che abbia ragione Squinzi quando dice, con un linguaggio un po’ colorito, di temere che nel dibattito parlamentare la legge possa essere cambiata in peggio.
Il nostro giudizio rimane quello del primo giorno “La direzione è giusta ma è mancato il coraggio”. In quanto le scelte fatte dal governo sono condivisibili, anche se migliorabili.
Ma le perplessità sono più che giustificate e derivano da quello che nella legge ci dovrebbe essere, ma non c’è.
Mancano, ad esempio, iniziative concrete e ad effetto immediato contro la disoccupazione che, a giudizio unanime, è la grande piaga della nostra economia. Piaga che ha conseguenze pesanti non solo sul piano sociale ma anche sulla crescita perché incide negativamente sui consumi e, di riflesso, sugli investimenti e sulla produzione.
Quando si è insediato il governo Letta, che ha posto la lotta alla disoccupazione al primo posto, sembrava imminente l’adozione di misure incisive al riguardo con l’avvio di un massiccio programma di prepensionamenti sia  per i lavoratori pubblici che per quelli privati.
 
I ministeri competenti avevano avviato studi e approfondimenti sulla staffetta generazionale, un istituto che potrebbe avere un impatto notevole sia sull’occupazione soprattutto giovanile, sia sul mercato dei consumi. Una mozione del Centro Democratico sulla materia era stata approvata a larghissima maggioranza dalla Camera dei Deputati con il parere favorevole dell’Esecutivo. Il ministero della Funzione Pubblica sembrava avesse approntato un piano per il prepensionamento di duecentomila statali. 
Poi, ci sono state beghe, polemiche di basso profilo su presunte differenze di trattamento fra dipendenti pubblici e dipendenti privati, difese acritiche della intangibilità della Riforma Fornero, reazioni ingiustificate di una Confederazione sindacale nel silenzio delle altre e il tema è stato accantonato.
Le motivazioni sono incomprensibili, in quanto gli effetti di una misura del genere sarebbero stati, tutti, positivi.
Solo considerando il piano relativo ai dipendenti pubblici, prevedendo di sostituire uno su tre dei lavoratori in uscita e calcolando gli oneri previdenziali a carico dell’INPS, la riduzione dei costi per le finanze pubbliche sarebbe stata di almeno quattro miliardi di euro.
Ci sarebbe stato, inoltre, un aumento rilevante dell’occupazione con circa settantamila nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, con ricadute favorevoli sul mercato interno e, a cascata, sulla produzione e sugli investimenti. Senza considerare un immediato allentamento delle tensioni occupazionali che sono diventate, ormai, insostenibili.
Risultati che si sarebbero ottenuti senza immettere nel sistema un solo euro in più; anzi, riducendo le risorse da destinare alla macchina amministrativa e facendo leva, soltanto, su una diversa distribuzione del reddito funzionale a un aumento della propensione al consumo.
Gli effetti sarebbero stati molto più ampi aprendo, oltreché ai prepensionamenti, anche al part time pensionistico e favorendo analoghe operazioni da parte del settore privato.
Come abbiamo già detto, non c’è nessuna motivazione valida, né sul piano economico, né su quello politico, né su quello sociale per giustificare l’abbandono di questo programma.
Per cui ci auguriamo che il governo Letta lo riprenda in esame e lo rilanci, magari con un emendamento alla stessa legge di Stabilità o con un decreto ad hoc che segua un percorso parlamentare parallelo.
Così come auspichiamo che i sindacati rinuncino alla posizione demagogica e velleitaria  di proporre solo nuove voci di spesa e si facciano promotori di una proposta in tal senso, nella consapevolezza che questa è, probabilmente, l’unica strada per consentire  di reperire in modo indolore risorse consistenti. Che, in parte, potrebbero anche ritornare ai dipendenti pubblici i quali da anni hanno le retribuzioni bloccate senza poter usufruire nemmeno degli adeguamenti al costo della vita.