PREPENSIONAMENTI E PART TIME PENSIONISTICO PER USCIRE DALLA RECESSIONE

Ministro del Lavoro Giovannini

Il governo Letta ha messo al centro della sua azione l’economia reale e il rilancio della produzione e dell’occupazione.
Se si manterrà fedele a questa direttrice di marcia potrà affrontare con successo una navigazione difficile e conseguire risultati rilevanti nella lotta alla recessione che è, oggi, la prima emergenza del Paese.
Per raggiungere tali risultati, però, è necessario scegliere con cura le misure da adottare, gli obiettivi da perseguire e le risorse da stanziare.
Tra i provvedimenti da approvare con urgenza il nuovo Esecutivo e il neo – ministro del Lavoro Enrico Giovannini hanno allo  studio modifiche rilevanti alla disciplina del mercato del lavoro. E non poteva essere diversamente, visto che la Fornero, oltre a distruggere diritti conquistati dai lavoratori  in sessanta anni di lotte, ha ingessato la gestione del personale creando problemi gravissimi alle aziende.
Una delle prime iniziative in itinere è il part time pensionistico, un meccanismo in base al quale il dipendente a cui manchino non più di cinque anni per andare in pensione può optare per il part time fino al momento del pensionamento. In parallelo viene assunto un nuovo dipendente a tempo parziale che passerà a tempo pieno quando il collega anziano andrà in pensione.

La norma, in effetti, esiste già ma non ha avuto mai applicazione concreta, in quanto secondo la disciplina vigente il dipendente che scegliesse il part time perderebbe non solo la quota di stipendio corrispondente al minore orario di lavoro ma subirebbe una analoga decurtazione dell’assegno pensionistico. Ovviamente, stante tale normativa, le adesioni, finora, sono state pari a zero.
Con la regolamentazione allo studio, invece, i contributi per coprire la differenza fra part time e full time sarebbero versati dal datore di lavoro o, in alternativa, dallo Stato.
Senza penalizzazioni a livello pensionistico, il nuovo istituto diventerebbe molto più interessante.
E gli effetti potrebbero essere di grande impatto sia sul piano microeconomico che su quello macroeconomico.
Tutto bene, quindi? No, perché secondo indiscrezioni autorevoli l’Esecutivo investirebbe nell’iniziativa risorse sufficienti a finanziare solo cinquantamila part – time l’anno. Una goccia nell’oceano, che ridurrebbe l’innovazione a una banale operazione di vetrina utile solo per qualche titolo sui giornali.
Invece, l’iniziativa deve essere sostenuta con un impegno finanziario idoneo ad avere significative ricadute sia sulle aziende produttive che sull’economia nazionale.
E va inserita in un pacchetto di misure volte a riaprire il mercato del lavoro utilizzando, in primo luogo, il turn over e i prepensionamenti e ad attivare un circuito virtuoso che, da un lato porti a un abbassamento dei costi, a un aumento della efficienza e a una inversione di tendenza sul piano della produttività e della competitività e dall’altro, a un aumento dei consumi e della produzione.
Iniziative che devono essere rivolte a tutto il mondo del lavoro, dalla pubblica amministrazione, in cui il turn over è bloccato da venti anni, al sistema produttivo che da un ringiovanimento degli organici può trarre nuova linfa per il rilancio.
Per trarre dalla fase involutiva la nostra economia l’equilibrio della finanza pubblica è necessario ma non è sufficiente.
La crisi strutturale in essere almeno dal 1992 non si cura con ricette ragionieristiche, ma con un approccio globale nel quale gli interventi di politica economica siano valutati nella loro capacità complessiva di influenzare tutte le variabili e i mercati non siano considerati isolatamente ma nelle reciproche interrelazioni, riconoscendo un peso prioritario alle ricadute sulla economia reale.
La situazione è difficile, ma se l’azione del governo sarà coerente e determinata risultati proficui e visibili potrebbero concretizzarsi nello spazio di pochi mesi.