PERPLESSITÀ SUL SEMIPRESIDENZIALISMO

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

La questione fondamentale sta diventando nella nostra politica quello della forma di governo mentre Enrico Letta cerca di resistere almeno i diciotto mesi necessari per innescare la necessaria crescita economica di un paese che continua ad avere i numeri peggiori dell’Europa contemporanea. 
La nostra crisi  non può essere ignorata, se parliamo di riforme urgenti : penso, in questo senso,  alla corruzione che ci colloca agli ultimi posti, nella classifica dei trentuno paesi dell’OCSE, all’istruzione media degli italiani che è al ventunesimo posto in quella classifica, all’assalto delle associazioni mafiose che non cessa un momento in questi mesi o ancora alla disoccupazione giovanile che ha superato il 38 per cento.
Ricordiamo che è stato uno dei ministri più vicini all’uomo di Arcore, Gaetano Quagliariello,ex radicale e professore di storia contemporanea a imporre il problema subordinando la modifica della legge elettorale, il celebre Porcellum di Calderoli in vigore dal 2005, alla scelta del semipresidenzialismo alla francese.
D’altra parte il governo delle larghe intese che ci governa dalle ultime elezioni politiche dipende dal consenso di Silvio Berlusconi: gli attuali rapporti di forza in parlamento  danno al Cavaliere la possibilità di affondare il governo appena lo riterrà conveniente o penserà di poter vincere le prossime elezioni politiche. 

Per ora il problema non si pone giacché il PDL ha bisogno di governare per almeno un anno o poco meno prima di affrontare gli elettori soprattutto dopo che le elezioni amministrative di qualche settimana fa hanno decretato il successo delle forze di centro-sinistra malgrado i contrasti che le dilaniano e la sconfitta del Movimento 5 stelle che si è rivelato un aggregato troppo personale e troppo teso a distruggere piuttosto che a costruire una prospettiva accettabile per il futuro dell’Italia.
In questa situazione il problema di cambiare la legge elettorale e risolvere i problemi legati all’attuale sistema costituzionale sono aperti e tra qualche tempo diventeranno urgenti e da risolvere sia perché Berlusconi ha in mano la chiave per far cessare la legislatura appena lo riterrà conveniente (come ha già fatto più di una volta in passato) sia perché le scelte saranno importanti per anni o decenni a venire.
L’esempio che i sostenitori del semipresidenzialismo alla francese citano molto spesso è il caso della Francia che scelse quel sistema in un momento in cui l’unico candidato in grado di vincere era il generale De Gaulle che divenne, infatti, il presidente e concentrò su di sé il notevole potere che  fa unire al capo dello Stato i poteri di garanzia e il potere esecutivo. Occorre tuttavia ricordare due elementi che non possono essere trascurati. Quella costituzione venne varata per precise ragioni storiche: la crisi dell’Algeria colonia francese che dovette esser lasciata dalla Francia all’indipendenza dopo una guerra sanguinosa. Inoltre il paese latino, in quel momento,era impegnato in una politica estera autonoma dalla coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti che prevedeva anche i codici del fuoco atomico e questo rafforzava la preoccupazione degli elettori di dare al nuovo presidente, protagonista della resistenza contro il nazifascismo,  quella grande responsabilità. Basti ricordare quel che ha detto François Hollande nel discorso del 14 dicembre 2010, pubblicato come Le ragioni della sinistra dall’editore Castelvecchi.
C’è da chiedersi oggi se quel sistema in Francia ha funzionato e come nell’ultimo cinquantennio. È da tenere conto che il vicino paese fruisce di un senso democratico che in Italia non ha raggiunto il livello necessario per funzionare allo stesso modo, sia perché i nostri partiti non sono più quelli del periodo precedente alla crisi degli anni novanta, sia perché c’è una destra ancora dominata da Berlusconi che è portatore del più grande conflitto di interessi (anche se non l’unico esistente nella nostra politica) e porta avanti una visione dell’Italia ancora in contrasto con i principi fondamentali del testo costituzionale. L’esperienza storica repubblicana in Italia, che ha superato ormai più di sette decenni, dimostra che, sul piano istituzionale, si realizzerebbe una grande concentrazione di potere nelle mani del presidente senza i contrappesi previsti oggi dalla costituzione italiana o dal presidenzialismo americano. Sicché la legittimazione diretta del presidente, se incontrasse una maggioranza parlamentare netta del centro-destra, potrebbe  creare un dualismo interno a quella parte non facilmente superabile. Ma, se dovesse contrapporsi a un’opposta maggioranza parlamentare, i contrasti e la conseguente paralisi decisoria sarebbero ancora maggiori, anche perché – eccetto l’esperienza legittimante a livello dei comuni e delle regioni – i poteri locali non sono in nessun modo paragonabili a quelli nazionali e dunque non rassicurano sul futuro.
Di qui i dubbi che ancora restano, che dovrebbero essere valutati con maggior attenzione prima di accettare a scatola chiusa il pacchetto Quagliariello-Berlusconi.