OPZIONE DONNA. BOERI RIBADISCE L’ORIENTAMENTO FAVOREVOLE DELL’INPS. OSTACOLI INGIUSTIFICATI DAL MINISTERO DELL’ECONOMIA.

Ministro del Lavoro Poletti

Torna in primo piano la vicenda kafkiana di Opzione donna. Come è noto c’è una legge, la 243 del 2004 che prevede la possibilità per le donne di andare in pensione con 35 anni di contributi e con 57 anni di età, con il sistema contributivo invece che con quello retributivo. Si tratta di una legge sperimentale che fissava al 31 dicembre 2015 il termine per raggiunger i requisiti per poterne usufruire. Per gli anni successivi, il Parlamento avrebbe dovuto legiferare, una volta valutati i risultati.
La norma è molto chiara e non ammette equivoci. Dice che possono esercitare l’opzione per andare in pensione con il contributivo tutte le donne che maturino i requisiti entro il 31 dicembre 2015.
Questa interpretazione non solo è in linea con la lettera della legge ma ha ricevuto anche il supporto di ripetute interpretazioni autentiche delle competenti commissioni parlamentari.
Si aggiunga che la norma è conveniente più per lo Stato che per le dipendenti, considerato che comporta una perdita rilevante dell’assegno previdenziale che può arrivare fino al 30 per cento.
In un paese normale una legge del genere sarebbe applicata senza alcuna incertezza e senza alcun bisogno di circolari interpretative di ministeri e/o Enti.
Invece, in Italia dove il cavillo regna sovrano l’INPS aveva emanato negli anni scorsi una circolare interpretativa con cui stabiliva che il 31 dicembre 2015 non era il termine per la maturazione dei requisiti ma il termine per poter accedere alla pensione. In pratica veniva accorciata la sperimentazione di un anno. Con la gestione Treu, l’Ente ha riesaminato  la sua posizione e ha deciso di accettare le domande presentate nel 2015 relative a dipendenti che maturassero i requisiti entro l’anno, salvo andare in pensione nel 2016, previo superamento della relativa finestra. Questa posizione è stata confermata anche dalla gestione Boeri. Però le domande già presentate e quelle che saranno presentate entro il 31 dicembre sono ferme presso l’Istituto in attesa di un parere favorevole  del ministero dell’Economia che, ovviamente, deve assicurare le coperture. Coperture,  peraltro, meramente contabili in quanto il minore importo dell’assegno copre abbondantemente l’anticipo del pensionamento e, per  il Tesoro, c’è un risparmio immediato relativo ai dipendenti pubblici in quanto un pensionato costa meno di un dipendente in servizio e l’attuale disciplina non consente la sostituzione immediata dei pensionati con nuove assunzioni.
La vicenda è esemplificativa di un rapporto patologico fra potere legislativo e pubblica amministrazione e di anomalie procedurali nell’esercizio dei pubblici poteri  che, in una ottica deformata della democrazia, diventano la controparte dei cittadini nell’esercizio dei diritti riconosciuti da norme legislative che, invece, sarebbe loro dovere primario tutelare.  
Si parla tanto di riforma della Pubblica Amministrazione. Ma, prima ancora di riformare, sarebbe  necessario ristabilire il principio fondamentale che gli uffici dello Stato sono al servizio del cittadino, devono affiancarlo nell’esercizio dei suoi diritti, con standard minimi di professionalità che siano compatibili con la loro mission istituzionale. E fissare sanzioni non derogabili per chi commette errori gravi e inescusabili, quale è  certamente una interpretazione abnorme  di una norma di legge.
Ma, vediamo, analiticamente quali sono le principali anomalie della vicenda.
Primo. Non c’è nessuna norma che autorizzi l’INPS o il ministero del Lavoro o il ministero dell’Economia a interpretare una legge, quando esiste una interpretazione autentica del Parlamento che poggia, peraltro, sulla lettera della legge stessa.
Secondo. Il ministero dell’Economia non ha alcun titolo per interpretare una norma di carattere previdenziale che, eventualmente, è di competenza del ministero del Lavoro.
Terzo. Il ministero dell’Economia deve assicurare la copertura della legge. Ma,  la legge esiste dal 2004. La Ragioneria avrebbe dovuto assicurare le coperture fin da allora. Se non lo ha fatto ci sono gravi responsabilità da individuare e sanzionare.
Quarto. Nel caso di specie, peraltro, il Presidente della Commissione Lavoro, on. Cesare Damiano,ha dichiarato che per la applicazione della legge era stato stanziato un miliardo e 700 milioni, dei quali sono stati spesi, finora, solo 707 milioni. Invece di mettere veti, la Ragioneria dovrebbe spiegare quale utilizzo  è stato fatto dei fondi residui e perché non sono più disponibili per il fine istituzionale al quale erano stati destinati.
Quinto. Ne esce malissimo il ministro del Lavoro Poletti che brilla per la sua assenza e non difende una norma che è indiscutibilmente nell’area di competenza del suo dicastero. 
In conclusione, un ministero non competente, quello dell’Economia, ha bloccato, con una motivazione palesemente anomala,  un provvedimento legislativo,  che interessa migliaia di dipendenti, con danni rilevanti per le lavoratrici interessate, per i datori di lavoro,  per lo Stato e per l’Ente previdenziale.
Qualcuno sarà chiamato a rispondere sul piano disciplinare e sul piano del risarcimento danni di una vicenda nella quale, nel migliore dei casi, sono stati commessi errori che sarebbero inammissibili anche per uno studente del primo anno di giurisprudenza?
Nel caso di specie,  purtroppo, la cosa più semplice è un nuovo intervento legislativo delle Camere che dovranno sciogliere i nodi creati da una burocrazia inefficiente e irresponsabile. Intervento che, prevedibilmente, sarà nella legge di stabilità e risolverà il problema con una proroga e con un ampliamento della platea dei potenziali destinatari della norma.