NUOVA CONDANNA PER DELL’UTRI. ALLA CASSAZIONE IL VERDETTO DEFINITIVO

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L’OPINIONE

di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

La condanna di Marcello Dell’Utri (Palermo, 1941) da parte della Corte di Appello di Palermo, dopo l’annullamento di una precedente condanna della Corte di Cassazione, coincide con il ritiro del più grande amico e compagno di avventura di Silvio Berlusconi dell’attività politica e  parlamentare.
Bisogna ricordare, infatti, che Dell’Utri, divenuto negli anni Ottanta presidente e amministratore prima di Publitalia, quindi amministratore delegato del gruppo Fininvest,   è stato nel 1993 il fondatore di Forza Italia con l’imprenditore di Arcore e dal 1996 è deputato al parlamento nazionale, tre anni dopo è parlamentare europeo e, dal 2001 fino al 2013, senatore della repubblica del PDL.

Una carriera politica di tutto rispetto “nobilitata” – si fa per dire – dall’attività di raccoglitore di libri antichi e bibliofilo (che l’ex direttore sportivo di piccole squadre, come quella del quartiere Tiburtino-Casal Bruciato del Centro internazionale per la gioventù lavoratrice gestito dall’Opus Dei) svolge con continuità nel ventennio populista a Milano e a Palermo presiedendo biblioteche e circoli culturali (come la commissione per la Biblioteca del Senato) e cercando di intervenire nei dibattiti nazionali.
A volte in maniera infelice, come quando ha dichiarato in televisione al giornalista Klaus Davi nel maggio 2009: “Mussolini ha perso la guerra perché era troppo buono .
Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin.” E nel 2008, poco prima delle elezioni vinte per la terza volta da Berlusconi, parlando con la giornalista Maria Antonietta Calabrò del Corriere della Sera aveva dichiarato l’intenzione di avviare la revisione dei libri di storia adottati nelle scuole italiane “ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza.”
Del resto, non come scusante per il senatore, qualcuno ha notato che la recentissima deputata, e capogruppo del Movimento Cinque Stelle Lombardi, qualche giorno dopo essere arrivata alla Camera dei Deputati, ha detto, a sua volta, che ai suoi inizi il movimento mussoliniano  aveva rappresentato una novità positiva per la politica italiana del tempo.
Ritornando a Marcello Dell’Utri – mostrando di non aver perduto il senso dell’umorismo, sia pure piuttosto macabro -l’ex senatore siciliano ha dichiarato dopo l’ultima sentenza che in fondo è stato condannato per aver introdotto ad Arcore come stalliere il mafioso di Porta Nuova Vittorio Mangano che – parole testuali – era allora “un signore come tanti altri”.
Peccato che Dell’Utri finge di dimenticare che numerosi documenti giudiziari, tra cui la sentenza della Cassazione del 9 marzo 2012 che ha annullato con rinvio alla Corte di Appello di Palermo (che ora ha emesso la nuova sentenza di ieri) considera pienamente confermato l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e i capimafia Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi in foro Bonaparte a Milano in cui venne presa “la contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi in esecuzione dell’accordo”sulla protezione ad Arcore.
Peccato che lo stesso Dell’Utri dimentica che lo stalliere di Arcore è morto in carcere nel Duemila dopo aver terminato la carriera di capomafia di Porta Nuova a cui era ritornato dopo gli anni trascorsi a Milano e che il senatore, come del resto lo stesso Berlusconi, ne avevano tessuto gli elogi perché il mafioso aveva rifiutato di fare dichiarazioni contro di lui e Berlusconi negli ultimi mesi della sua vita a proposito degli accordi e delle frequentazioni di mafiosi già dimostrate da precedenti sentenze del processo Dell’Utri.
Insomma, se dovessimo scrivere  un commento sintetico della sentenza – peraltro non definitiva – secondo un modello giudiziario come quello italiano che prolunga per decenni i processi penali e ancora più quelli civili – che ha confermato la precedente pronuncia di sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, verrebbe da dire che ormai è accertato, sul piano storico,  al di là di ogni ragionevole dubbio, che Marcello Dell’Utri è stato il più stretto e importante partner di Silvio Berlusconi nella lunga avventura politica che ha portato Forza Italia e la destra italiana e antieuropea al governo nazionale e l’ha mantenuta al potere per poco meno di un ventennio.
Che i  rapporti di Dell’Utri con la mafia siciliana e in particolare con capi  storici di Cosa Nostra come Stefano Bontate, Totò Riina e Bernardo Provenzano, sono abbondantemente dimostrati, che lo stesso senatore ha dichiarato più volte a giornalisti della carta stampata come della tv, e anche nel 2010, l’origine e le motivazioni della sua lunga e fortunata carriera politica: ” Io sono politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica. Mi candidai nel 1996 per difendermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto (…) Mi difendo anche fuori (del Parlamento) ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano.”
Una definizione significativa della politica italiana di questi tempi: un modo per guadagnare molto denaro- come alcuni hanno confessato- oppure per difendersi dai giudici, come Dell’Utri confessa e altri suoi amici storici dovrebbero dire, a cominciare dall’ex presidente del Consiglio Berlusconi. A me piacerebbe sentire che qualcuno si dà alla politica per perseguire il bene comune e gli interessi degli italiani e che questo costituisce l’unica seria ragione per interrompere temporaneamente il proprio lavoro, in attesa di riprenderlo al più presto.
Ma forse sto sognando ad occhi aperti.