MEDICI IN SCIOPERO, INEFFICIENZE E RITARDI AI DANNI DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE. È ORA DI CAMBIARE REGISTRO

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La sanità è nel caos per l’applicazione di una direttiva europea sugli orari di lavoro dei medici che mette in crisi tutti gli ospedali italiani.
Per la prima volta sono scesi in campo tutti i medici, ospedalieri e di famiglia, con uno sciopero di tutte le sigle di categoria più rappresentative, sciopero che ha avuto adesioni altissime, intorno al 75 per cento.
Lo sciopero, peraltro, non è tanto a difesa dei lavoratori ma del sistema sanitario e, quindi,degli utenti. 
La direttiva, infatti, è tutt’altro che rivoluzionaria, in quanto afferma principi che afferiscono non solo al rispetto di elementari diritti dei lavoratori interessati, ma anche e forse soprattutto alla sicurezza degli ammalati.
Il contenuto della norma consiste nell’imporre tre limiti all’orario di lavoro dei medici, così come di tutto il personale sanitario. 
Rispetto del limite massimo di 12,50 ore di lavoro giornaliero.
Rispetto del limite massimo di 48 ore di durata media dell’orario di lavoro settimanale, compreso lo straordinario.
Rispetto del limite minimo di 11 ore continuative di riposo fra una prestazione lavorativa e l’altra.
Si tratta di norme che valgono per tutto il mondo del lavoro. È anomalo che per anni non siano state applicate ai medici che hanno funzioni particolarmente delicate, per le quali è richiesto il massimo di attenzione e di concentrazione. Invece, fino a qualche giorno fa’ c’erano medici che erano impiegati su turni massacranti, anche di 24 ore continuative secondo alcune testimonianze non smentite, senza alcun rispetto per i diritti dei lavoratori interessati e per la sicurezza dei pazienti. I quali, ovviamente, quando entrano in ospedale, non possono scegliere a quale medico affidarsi ma sarebbero sicuramente meno tranquilli se sapessero che il chirurgo che deve operarli è in servizio da sedici ore senza interruzione.
È incredibile che questa situazione esista da anni senza che mai nessuno, dai ministri ai dirigenti del dicastero agli assessori regionali, si sia preoccupato di porre il problema con la necessaria fermezza. Né l’assurdità e la pericolosità di un orario “fai da te” in un settore così delicato è stata evidenziata dalla stampa, sempre pronta a ingigantire notizie futili ma incapace di approfondire questioni delicate.
Alla fine è stata necessaria una direttiva europea per costringere ad affrontare il problema. 
La UE, però, non è intervenuta in maniera brutale. La direttiva sulla materia risale al 2003 ed è entrata in vigore immediatamente. Lo Stato italiano si è preoccupato di recepirla solo con la Legge europea approvata il 30 ottobre 2014 che è entrata in vigore il 25 novembre dello stesso anno.
Questa legge prevedeva un periodo transitorio di dodici mesi. Quindi, era certo che dal 25 novembre 2015 l’orario di lavoro dei medici italiani avrebbe dovuto essere rimodulato sulla base delle disposizioni fissate dalla nuova norma.
In dodici mesi non è stato fatto nulla per risolvere il problema. Anzi, la situazione, se possibile, è peggiorata, in quanto, vigente il blocco indiscriminato delle assunzioni, gli orari di lavoro sono ulteriormente peggiorati.
Ora si sta tentando di correre ai ripari con la legge di Stabilità, prevedendo l’assunzione di alcune migliaia di medici. Ma siamo in grande ritardo. I fondi sono aleatori. C’è un rimpallo di responsabilità. Se le procedure saranno avviate con tempestività il problema sarà risolto in via definitiva fra molti mesi. Nel frattempo, si andrà avanti sulla base della precarietà. 
La cosa paradossale è che il blocco delle assunzioni porta non solo a un peggioramento del servizio e a un aumento esponenziale dei rischi per gli ammalati ma anche a un aumento dei costi. 
Non è necessario un esperto di economia aziendale per capire che i buchi nell’organico e gli sforamenti dell’orario di lavoro si traducono in straordinari che, ovviamente, costano molto di più del lavoro ordinario. Quindi, come anche in altri casi, la politica dei tagli alla cieca senza valutare le situazioni specifiche, ha portato a una serie di risultati negativi: orari di lavoro fuori controllo e pericolosi per la salute dei medici e degli utenti; costi più elevati; minore occupazione; rischi di una ennesima procedura di infrazione da parte della Unione europea.
È troppo chiedere di cambiare l’impostazione di fondo al fine di evitare nuovi disastri in futuro?