LEGGE DI STABILITÀ ESPANSIVA. MA SERVE PIÙ CORAGGIO PER STAFFETTA GENERAZIONALE E PENSIONI E PIÙ ATTENZIONE AL MEZZOGIORNO.

Nello Formisano

L’esperienza degli scorsi anni insegna che la Legge di Stabilità che entra in Parlamento ė molto diversa da quella che viene approvata in via definitiva, non solo per gli emendamenti  dei deputati e dei senatori ma anche per i ripensamenti in corso d’opera dell’Esecutivo.
Quindi, in queste brevi note ci limiteremo a una prima valutazione, anche perché molti aspetti non sono ancora chiari né per quanto riguarda la articolazione delle misure nel dettaglio, né con riferimento alle coperture.
Nel complesso, è una manovra espansiva, finanziata parzialmente in deficit, utilizzando in tutti i suoi margini, la flessibilità consentita dai vincoli europei.
È sicuramente una impostazione condivisibile, checché ne pensino i talebani del rigore che ripetono da anni le stesse formule e le stesse ricette, senza minimamente preoccuparsi di valutare i guasti che il rigore a prescindere ha provocato sulla economia reale.
Positiva anche l’abolizione di IMU e TASI sulla prima casa. Quando si eliminano delle tasse non si può non esprimere apprezzamento, anche perché lo scenario tracciato dalla Legge di Stabilità non si limita all’imposta sulla prima casa ma comprende uno spettro di provvedimenti più ampio che non riguarda solo le famiglie, ma anche le imprese, con gli sgravi su macchinari e impianti, con la prospettiva del taglio IRES a partire dal 2017 e con la riduzione della tassazione per le nuove partite IVA per i primi cinque anni.
Però, alcune rettifiche appaiono indispensabili. Infatti, in periodo di risorse scarse è fondamentale  utilizzare i pochi fondi disponibili per perseguire gli obiettivi prioritari di politica economica. Oggi, il problema più importante della nostra economia è la disoccupazione che è a livelli patologici con la disoccupazione giovanile che ha raggiunto picchi da rivolta sociale, soprattutto nel Mezzogiorno. 
Pertanto, le osservazioni sul punto della Commissione europea, peraltro largamente condivise dagli economisti più autorevoli, non possono essere archiviate facendo appello all’orgoglio nazionale. Anche se la UE darà il via libera alla manovra, è un fatto oggettivo che le risorse impiegate per ridurre le tasse sulla prima casa non incidono sull’occupazione se non in misura marginale e in forma indiretta, mentre se fossero destinate all’economia reale avrebbero un impatto significativo sull’incremento dei posti di lavoro. Se, ad esempio, fossero utilizzate per attivare una staffetta generazionale su larga scala potrebbero essere assunti 380 mila giovani, in una prima fase in part time, poi a orario pieno.
La riduzione della imposizione fiscale va sicuramente bene. Ma è necessaria una maggiore attenzione alle tasse sul lavoro, anche se dovesse derivarne la impossibilità di estendere anche agli immobili di lusso la abolizione di IMU e TASI.
Altro punto debole è la riduzione della decontribuzione sulle nuove assunzioni. L’effetto potrebbe essere di spegnere i timidi segni di ripresa dell’occupazione registrati negli ultimi mesi proprio per la positiva reazione delle imprese alla fiscalizzazione dei contributi previdenziali.
Sarebbe opportuno preservare il regime vigente almeno per le regioni meridionali, dove la disoccupazione giovanile è, ormai, a livelli da paese sub sahariano.
Il  Mezzogiorno è sostanzialmente assente in questa stesura iniziale della Legge di Stabilità. Dopo le grandi speranze suscitate da Renzi con la relazione alla Direzione del Partito Democratico nel mese di agosto, la delusione è profonda. Non ci sono risorse aggiuntive per il Sud, non c’è fiscalità di vantaggio, non c’è alcuna inversione di tendenza rispetto alla indifferenza che ha caratterizzato tutti i governi degli ultimi venti anni verso le regioni meridionali del Paese.
Delusione ha provocato anche il rinvio degli interventi annunciati dal ministro Poletti e dallo stesso Renzi a modifica della normativa pensionistica. Il premier ha preannunciato approfondimenti. Il che non è un fatto positivo in quanto gli approfondimenti saranno affidati a quegli stessi uffici che da anni affossano ogni tentativo di introdurre qualche flessibilità in uscita e motivano la loro contrarietà con esigenze di cassa, senza comprendere che le norme previdenziali vanno valutate per gli effetti che producono nel lungo periodo. Esigenze di cassa, peraltro, calcolate con criteri molto discutibili, per usare un eufemismo, visto che, per gli esodati, ad esempio, si è registrato un avanzo di tre miliardi e trecento milioni su 11,6 miliardi di stanziamento complessivo, con un errore previsionale superiore al 28 per cento.
Va considerato, al riguardo, che la flessibilità in uscita è diventata, ormai, una esigenza improcrastinabile, non tanto perché sarebbe un atto di giustizia verso i lavoratori più anziani, quanto, come ha dichiarato lo stesso ministro Poletti, perché è l’unica strada per venire incontro alle esigenze di rinnovamento delle imprese e per rimettere in moto il mercato del lavoro, ingessato dalle rigidità di una normativa che non trova riscontro in nessun altro paese di Europa.
In conclusione. Bene l’indirizzo espansivo della manovra. Condivisibile il finanziamento in deficit di una parte delle uscite. Positiva la riduzione della imposizione fiscale. Da rivedere la ripartizione dell’alleggerimento delle tasse che è incentrato in via prevalente sulla prima casa e rinvia ai prossimi anni gli interventi più significativi su produzione e lavoro che, invece, sono urgenti per evitare un ulteriore deterioramento  di una situazione economica e sociale già gravissima.
Infine, maggiore attenzione al Mezzogiorno e più coraggio per le misure finalizzate a introdurre flessibilità nella normativa pensionistica.
Il dibattito parlamentare potrà introdurre i miglioramenti necessari che, senza stravolgere la manovra, la rendano più funzionale al rilancio dello sviluppo economico e alla crescita dell’occupazione.