LE STRAGI DEL 1993 – I MISTERI PERSISTONO

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L’OPINIONE 
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Con la solita disattenzione, propria di questi tempi estivi, mentre il picco di caldo previsto sta per raggiungere il massimo stagionale e a Roma si scopre – facendo ridere i giornali di mezza Europa – che, per la prima volta, si avrebbe  notizia nella capitale dell’esistenza di un’organizzazione mafiosa per così dire indigena, la memoria di alcuni quotidiani e dei loro lettori (penso a la Repubblica, al Fatto quotidiano, all’Unità e al Manifesto) sta ritornando faticosamente su quel picco di attentati che si concentrarono proprio vent’anni fa sulle belle città del continente (così dicono ancora i miei amici siciliani) per  l’attentato di via Palestro al Padiglione di Arte Contemporanea in via Palestro, vicino a Brera, che uccise cinque persone  e il giorno dopo i due attentati a Roma, il primo a San Giovanni in Laterano, il secondo a San Giorgio in Velabro.
Due mesi prima, il 14 maggio, in via Fauro era fallito l’attentato contro Maurizio Costanzo (che avevo visto il giorno precedente nella sua trasmissione su Canale Cinque  perché era appena uscita per la prima volta la mia antologia Mafia, politica e affari 1943-1991 voluta fortemente da Vito Laterza nella sua collana economica) e il 27 maggio altre cinque persone erano morte nell’attentato in via dei Georgofili a Firenze.
Molti italiani non lo sanno ma le vittime degli attentati mafiosi, di cui abbiamo notizia, si avvicinano ormai al migliaio e l’associazione Libera ogni anno li ricorda nelle piazze del nostro paese.
Ebbene  oggi possiamo dire, sul piano storico, che il 1993 fu anno importante nella storia di Cosa Nostra e delle associazioni a lei consociate (la camorra campana, la potente ‘ndrangheta calabrese e la sacra corona unita). 

Innanzi tutto perché la crisi della repubblica (prima e unica, a mio parere, malgrado sui giornali si continui a parlare di seconda e terza repubblica come se niente fosse) era giunta a un punto di non ritorno. Il 21 aprile 1993 Giuliano Amato era stato costretto a dimettersi da presidente del Consiglio. Cinque giorni dopo Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, aveva ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo. Ma – non è il caso di dimenticarlo – il 13 maggio 1993 il Senato della Repubblica aveva concesso l’autorizzazione a procedere per concorso esterno a un’associazione mafiosa contro il senatore a vita Giulio Andreotti, che aveva, decine di volte, respinto qualsiasi tentativo precedente, con il pieno appoggio delle assemblee di cui aveva fatto parte, prima Camera e poi Senato, di vederlo imputato di un tribunale della repubblica. E non c’è dubbio sul fatto che gli italiani in quella primavera ricordassero ancora, magari confusamente, che nell’estate precedente due magistrati – diventati simboli della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – erano stati fatti saltare in aria, il primo sull’autostrada di Capaci verso l’aeroporto di punta Raisi e il secondo in piena città, in via d’Amelio per far capire a tutti che Cosa Nostra stava rispondendo colpo su colpo allo Stato e riteneva di avere molte cartucce ancora da giocare prima di arrendersi.
Ecco, è proprio allora, in quella cupa atmosfera, che i mafiosi compirono l’attentato di via Palestro a Milano mentre si preparavano al grande botto, quello che avrebbe dovuto avvenire e per fortuna non avvenne presso lo stadio olimpico il 1 agosto 1993. Sono passati ormai vent’anni ma sappiamo ancora pochissimo, troppo poco, su quella drammatica sequenza di bombe e di vite innocenti spezzate.