LE MANI DELLA MAFIA SULLE ENERGIE ALTERNATIVE

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L’OPINIONE

di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Quando vado in giro per l’Italia a parlare – come ogni tanto mi capita – del fenomeno mafioso, delle cause che sono alla base della sua nascita e della sua espansione e dei settori in cui vive e conclude i suoi affari e, magari, i suoi delitti, mi trovo quasi sempre di fronte a un vecchio stereotipo duro a morire.
Come può succedere tutto questo se ormai,sia pure lentamente l’Italia, il mondo stanno superando l’arretratezza economica e sociale dei due secoli trascorsi e la mafia non potrà convivere  in uno Stato moderno, retto da una costituzione democratica?
E allora come si spiega, rispondo io, che, agli inizi di questo piovoso mese di aprile 2013 nella provincia di Trapani, nella cittadina di Alcamo, è stato sottoposto a misure cautelari l’imprenditore Vito Nicastri di 57 anni, un ex elettricista (intelligente, senza alcun dubbio) che controlla 43 società e partecipate, 98 beni immobili tra ville, magazzini e terreni, 7 beni mobili di non scarso valore tra cui un catamarano, sul quale fa gita nelle isole vicine, automobili e motociclette e 66 conti correnti, depositi, titoli pubblici e fondi di investimento tanto da mettere  insieme un patrimonio complessivo di un miliardo e trecento milioni di euro?

Un  quotidiano inglese, noto a tutti i governi e a molti osservatori di paesi europei come il Financial Times, lo ha definito a ragione come il signore del vento e, per quanto in Italia non lo conosca nessuno, la sua fortuna lo pone tra i grandi imprenditori dell’eolico che spazia dalla Calabria alla Campania fino alla Lombardia, il maggior imprenditore di un’industria che si qualifica come la principale per le energie pulite che, almeno in parte, sta prendendo il posto di quelle tradizionali (gas e carbone) che hanno dominato il mondo fino agli ultimi decenni.
Ultimo particolare importante, la sede di questo impero (che ha  sede nel dominio territoriale del capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, tuttora latitante)  ora sequestrato per ordine del direttore della Direzione investigativa della Dia, Arturo De Felice, che vuol dedicare questo successo alla memoria del capo della polizia  Antonio Manganelli, appena scomparso, che cinque anni  fa lo volle al vertice di quella direzione.
Ora chiunque si occupa di economia e della moderna economia del ventunesimo secolo  sa che l’industria dell’eolico e delle energie pulite è un affare di miliardi di euro presente in Italia, come  in una parte cospicua del pianeta, e che, nel nostro paese, è legato spesso agli affari delle associazioni mafiose sempre  attente alle novità industriali e commerciali capaci di arricchirle ancora di più.
Le cifre ufficiali, contenute tra l’altro nell’Annuale Rapporto Ecomafia dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Lega Ambiente del 2012, ricordano che i reati ambientali accertati nel 2011 sono stati 33.817: quasi 93 al giorno e 4 ogni ora, il 9,7% in più dell’anno precedente. La crescita si registra principalmente nel settore agroalimentare con 13.867 reati, più che triplicati rispetto all’anno precedente; nei reati contro il patrimonio faunistico (7.494); negli incendi boschivi (7.935, quasi 22 al giorno, con un incremento del 63 %) e nei furti di opere d’arte e reperti archeologici che salgono a quota 1.112. In due anni gli illeciti contro l’ambiente accertati dalle forze dell’ordine, dalle capitanerie di porto e dalle polizie provinciali sono aumentati del 17,5%. Hanno il segno “più” anche i numeri relativi alle persone denunciate (+ 27,969) e soprattutto quelli delle persone arrestate: 305, ben 100 in più rispetto al precedente rapporto Ecomafia con un incremento del 48,8%.
Il dato complessivo degli affari dell’ecomafia (che registrano una presenza ancora più forte nelle regioni meridionali dove hanno sede le principali associazioni mafiose, anzitutto la ndrangheta in Calabria, Cosa Nostra in Sicilia e la Camorra in Campania ma lavorano in tutto il paese, incluse quelle del Nord) si aggira intorno ai 16,6 miliardi di euro nel 2012.
È significativo, anche se i giornali non lo hanno finora segnalato, che la pesante flessione degli investimenti in opere pubbliche in Campania, Calabria e Sicilia che si è verificata nel  2011 passando dai 10 miliardi all’anno a 6,2 miliardi con una perdita secca di 3,8 miliardi, non ha registrato una perdita del fatturato illegale che al contrario è passato in un anno, il 2010, dagli 8,3 miliardi di euro ai 9,4 miliardi.
Si potrebbero  continuare ad allineare altri numeri che farebbero capire ancora meglio le dimensioni gigantesche  del business e la presenza centrale delle associazioni mafiose in un settore vitale di una società moderna e ormai globalizzata ma il punto centrale  del nostro ragionamento riguarda la presenza di quelle organizzazioni criminali in settori  vitali per la ripresa economica del nostro paese e la grande  difficoltà di intervenire se nessuno ne parlerà mai  e personaggi oscuri come quelli di cui abbiamo parlato saranno in grado di accumulare per anni  imperi di grandi dimensioni senza che la comunità intervenga efficacemente per impedirlo al più presto possibile o, ancora meglio, senza che si creino regole adeguate per promuovere una crescita diversa dei nuovi settori industriali.