LE “DIMISSIONI, NON DIMISSIONI” DI IGNAZIO MARINO E GLI ERRORI DEL PARTITO DEMOCRATICO

Sindaco Ignazio Marino

La  vicenda Marino continua a provocare nuovi colpi di scena. Alla luce degli ultimi avvenimenti è molto probabile che il sindaco di Roma ritiri le dimissioni e sfidi il proprio Partito. Nonostante la apparente tranquillità manifestata al Nazareno, è facile comprendere che  sarebbe un grave problema per i democratici. I quali sarebbero costretti, per coerenza con le posizioni assunte, a votare apertamente la sfiducia a un proprio Sindaco eletto trionfalmente a giugno del 2011 e a votarla insieme a PDL, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle. 
Una alternativa ancora peggiore sarebbero le dimissioni che dovrebbero essere sottoscritte contestualmente con i consiglieri dei partiti di opposizione.
Sarebbe la plastica raffigurazione di un fallimento. Un fallimento che peserebbe inevitabilmente in modo diretto sulle future elezioni nella capitale e, indirettamente, sulla immagine del partito a livello nazionale.
Per misurare l’effetto di un tale esito basta porsi una domanda. Perché gli elettori dovrebbero dare fiducia a un partito che, dopo soli due anni e mezzo di consiliatura, ammette di avere commesso un errore talmente grave nella scelta del sindaco da doverlo sostituire con una procedura straordinaria, quale la mozione di sfiducia o le dimissioni in massa dei propri consiglieri, procedura che non è stata mai attuata nelle grandi città da quando è in vigore l’elezione diretta?
È più facile che i romani, dopo un fatto traumatico del genere, diano fiducia a un altro partito più attento nella selezione di candidati. E i riflessi potrebbero essere pesanti anche per il governo, considerato che anche nelle altre grandi città che andranno al voto il prossimo anno le prospettive per il Partito Democratico non sono rassicuranti. 
Il PD ha una sola strada. Deve assolutamente evitare lo scontro e convincere Marino a dimettersi. Cosa che richiede una trattativa senza pregiudiziali e senza chiusure aprioristiche da una parte e dall’altra. 
Sarebbe stato opportuno, fin dall’inizio cercare una soluzione onorevole per il sindaco e per il partito.
Pensare di poter rottamare il primo cittadino di Roma senza pagare un prezzo pesante è semplicemente dilettantesco.
Marino, indubbiamente, non passerà alla storia come un grande sindaco. Però le sue carenze erano note fin dal tempo delle primarie. Non aveva un background che tranquillizzasse sulle sue capacità di governare una grande città, soprattutto, considerate le problematiche che presenta una città difficile, quale Roma.
Ma una volta eletto, andava valorizzato come un amministratore di partito prestigioso, da affiancare, consigliare, coadiuvare e sostenere. 
Invece, da gran parte dell’apparato è stato considerato un corpo estraneo, che si trovava in quel ruolo per una serie di circostanze, il sindaco “marziano” di cui parlano le cronache.
È spiegabile che Renzi non voglia e non possa farsi invischiare in una vicenda che, comunque finisca, avrà ricadute negative.
Ma ci sono altri esponenti autorevoli del partito che dovrebbero impegnarsi nel ricercare soluzioni soddisfacenti. Alcuni, peraltro, devono farsi perdonare una conduzione della vicenda intrisa di pressapochismi e di superficialità. 
I tempi, però, sono brevi. Stare ad aspettare le mosse di Marino è un altro errore. Bisogna intervenire prima che ritiri le dimissioni.
In caso contrario, gli effetti sarebbero devastanti. Il Movimento 5 Stelle è in testa in tutti i sondaggi. E non sarà un nome ad effetto tirato fuori all’ultimo momento ad arrestare l’avanzata dei grillini verso la conquista del Campidoglio.