LA VITTORIA DI TRUMP NON HA INSEGNATO NIENTE. SENZA UN CAMBIO DI ROTTA CI POTREBBERO ESSERE, A BREVE, ALTRI TRUMP IN EUROPA

Concordiamo con Paolo Mieli. La vittoria di Trump ha colto di sorpresa politici, sondaggisti e osservatori nonché le cancellerie di tutto il modo.
E anche le analisi del giorno dopo non individuano le cause profonde del successo del tycoon newyorchese.
Partiamo dalla situazione antecedente il voto dell’8 novembre.
Se tutti prevedevano la vittoria della Clinton non è perché tifavano per lei ma perché la dinamica della campagna elettorale non autorizzava previsioni diverse.
Trump era un outsider, non aveva un background, non aveva un partito, si muoveva senza una strategia, affidandosi alle mosse estemporanee di uno staff raccogliticcio e alle sue esperienze di show-man dilettante. In tempi di scienza delle comunicazioni applicata alla politica, di guru che spuntano come funghi in ogni team che si rispetti, di algoritmi che decidono cosa dire, quando dirlo e dove dirlo,  ha condotto una campagna all’insegna dell’improvvisazione, senza fermarsi a riflettere sui temi da trattare e su come trattarli, senza badare alle convenienze, agli opportunismi, al linguaggio, agli atteggiamenti. Si potrebbe, quasi, dire che ha fatto di tutto per non farsi votare.
Ha insultato i neri, gli ispanici, le donne, i giornalisti, i giudici, i veterani di guerra, ha confessato di avere utilizzato tutti i trucchi possibili per sfuggire al fisco, ha manifestato la sua simpatia per il “ nemico” Vladimir Putin, ha dichiarato apertamente che avrebbe accettato il verdetto delle urne solo in caso di vittoria. Per finire, è uscito battuto da tutti i confronti televisivi.
Ciò nonostante, ha vinto, conquistando Stati che erano, da decenni, appannaggio del partito democratico.
È evidente che gli elettori che lo hanno votato hanno avuto motivazioni forti. Motivazioni che prescindono dal personaggio Trump e sono ben più profonde degli eventuali errori commessi dalla ex first lady.
Su queste motivazioni c’è il buio assoluto. Nessuno ha nemmeno tentato di individuarle. E lo stesso Paolo Mieli si limita ad evidenziare le carenze delle analisi altrui ma non azzarda alcuna ipotesi sulla dinamica del voto.
Probabilmente c’è un senso di colpa in questo obnubilamento generalizzato in quanto le cause della vittoria di Trump vengono da lontano e sono le stesse che hanno gonfiato le vele della Le Pen in Francia, di Farage in Gran Bretagna, di Grillo in Italia, nonché di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia e, ultimamente, della destra estrema in Germania.
Sono cause che sono da tempo sotto gli occhi di tutti ma che nessuno ha mai voluto vedere e hanno un solo nome, globalizzazione.
Nel nostro Paese l’unico fra i protagonisti dell’economia, che ha avviato una riflessione, sia pure parziale e reticente, sul tema è stato Carlo De Benedetti.
Il patron di Repubblica ha denunciato che negli ultimi anni “sono drammaticamente aumentate le differenze fra chi ha e chi non ha”. E ha aggiunto un dato statistico dirompente, riferito proprio agli
Stati Uniti, e che da solo potrebbe giustificare la rivolta sociale che è alla base della vittoria di Trump: “nel 2002 lo 0,01 per cento degli americani più ricchi guadagnavano 700 mila dollari a testa; oggi guadagnano 21 milioni”.
De Benedetti ha evidenziato solo un indicatore e nemmeno il più significativo. Perché non è l’arricchimento senza misura che ha provocato la reazione, bensì il fatto che quell’arricchimento si è verificato nel contesto di una crisi economica di dimensioni inusitate  e ha comportato un parallelo impoverimento delle classi popolari e della ex classe media, che era la struttura portante della società e della democrazia americana e che, oggi, non esiste più.
La globalizzazione ha portato tre risultati: ha spostato quote rilevanti di produzione e di occupazione dai paesi industrialmente avanzati a quelli in via di sviluppo; ha modificato i rapporti di forza fra capitale e lavoro indebolendo pesantemente la posizione dei lavoratori; ha indotto la formazione di una ingente massa di ricchezze finanziarie sganciate da qualsiasi collegamento con il processo produttivo, che vagano da una Borsa all’altra, da un investimento all’altro e da una valuta all’altra, provocando uno stato di permanente instabilità sui mercati finanziari.
Più in dettaglio, l’apertura, senza nessuna regolamentazione, agli scambi internazionali  ha provocato delocalizzazioni su larga scala di ampi settori di attività industriali che hanno portato lavoro a basso costo nei paesi in via di sviluppo, disoccupazione e peggioramento delle condizioni dei lavoratori nei paesi industrializzati, extra profitti per i capitalisti più spregiudicati, molto al di là di quanto sarebbe stato possibile nel rispetto delle leggi della economia di mercato.
Non è in discussione, ovviamente, la globalizzazione, ma un modello di sviluppo basato su un dumping sociale e ambientale su scala mondiale, che ha portato,  nei paesi industrialmente più avanzati, a lunghi periodi di recessione, alternati a fasi di bassa crescita e all’affermarsi di uno stato di disoccupazione strutturale. A cui corrisponde, nei paesi emergenti, una  occupazione caratterizzata da salari di mera sopravvivenza e da violazioni endemiche delle condizioni minime previste dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dagli Accordi internazionali per la protezione dell’ambiente.
Ovviamente, produrre a costi e salari da terzo mondo e vendere a prezzi da aree economicamente avanzate ha avuto come conseguenza una gigantesca redistribuzione del reddito a vantaggio del capitale. Sono stati realizzati profitti abnormi che non sono stati reinvestiti nel processo produttivo ma si sono tradotti in un incremento senza precedenti delle risorse a disposizione della speculazione finanziaria. I bassi salari nei paesi emergenti e le retribuzioni in calo unitamente alla forte disoccupazione nei paesi industriali lasciano prevedere, peraltro, un trend negativo per i consumi. Ragion per cui, anche nel medio periodo, non è prevedibile che quei capitali finanziari vengano reinvestiti in attività industriali e, quindi, in un rilancio della produzione e della occupazione.
I problemi di cui parla De Benedetti, quindi, sono gravi, non solo sul piano sociale ma, soprattutto, sul piano dello sviluppo in quanto, in mancanza di correttivi, provocano, come già evidenziato,  uno squilibrio strutturale caratterizzato da forte disoccupazione, bassa crescita e instabilità permanente dei mercati finanziari.
La vittoria di Trump è la reazione a questo stato di cose di cui è responsabile tutta la vecchia classe dirigente.
La situazione, peraltro, è molto più grave nel vecchio continente, in quanto l’impoverimento, negli Stati Uniti, ha prodotto retribuzioni da fame che costringono a ritmi di lavoro forsennati per poter sopravvivere e per poter assicurare una vita decorosa alla propria famiglia, ma in Europa, e in misura ancora più accentuata in Italia, si è manifestato sotto forma di disoccupazione di massa e di emarginazione di intere fasce di cittadini e, cosa ancora più grave, di intere generazioni dal mondo del lavoro e della produzione.
Se ne è reso conto un autorevole grand commis europeo, Mario Draghi, il quale nella scorsa primavera ha dichiarato, a proposito della disoccupazione giovanile “Nonostante siano la generazione meglio istruita di sempre, i giovani di oggi stanno pagando un prezzo troppo alto per la crisi. Per evitare di creare una ‘generazione perduta’ dobbiamo agire in fretta”.
La dichiarazione del Presidente della BCE comporta, inevitabilmente, due riflessioni.
La prima. Quale è il valore aggiunto della classe politica se un problema così drammatico viene posto sul tavolo da un supertecnico pagato per fare altro o da un grande imprenditore come De Benedetti e non da uno dei tanti eletti dal popolo che siedono nelle Istituzioni?
La seconda. Perché gli elettori dovrebbero preferire i rappresentanti dell’establishment che hanno completamente ignorato il problema invece che i vari Le Pen, Farage, Grillo e altri personaggi simili.
E torniamo alla affermazione iniziale di Paolo Mieli: “I socialisti di tutto il mondo hanno perso il senso della loro missione”.
Sarebbe più esatto, forse, dire che i politici e i partiti tradizionali, di destra e di sinistra, hanno perduto il contatto con i cittadini. E che, se non ci sarà una presa di coscienza e un conseguente cambio di rotta, il rischio di un successo dei partiti anti-sistema diventerà sempre più elevato in tutti i paesi europei.