LA MAFIA IN CAMPO – MINACCE AL P.M. DI MATTEO

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L’OPINIONE

di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Chi si occupa del fenomeno mafioso – perché cerca di spiegare ai giovani il pericolo che rappresenta per la democrazia repubblicana o ne parla nei suoi libri e sempre di meno sui giornali e sui canali televisivi – è attonito di fronte alle due lettere anonime arrivate nei giorni scorsi alla procura di Palermo che dicono testualmente: “Amici romani di Matteo (Messina Denaro) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa Nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo.”
Nino Di Matteo ( 52 anni, sposato con due figli, in magistratura da 22 anni) indicato dalle lettere come la prossima vittima di Cosa Nostra, il sostituto procuratore che il 27 maggio prossimo sosterrà l’accusa nel processo che si svolge a Palermo sulle trattative del ’92-93 tra la mafia e gli esponenti dello Stato.
Tra questi ci saranno  parlamentari come l’ex senatore del PDL Marcello Dell’Utri, i funzionari dello Stato e gli ex ministri come Nicola Mancino convocati insieme con Provenzano e altri boss implicati nella vicenda per rispondere a quel che la procura siciliana (e in particolare l’ex procuratore aggiunto Ingroia, ormai trasferito ad Aosta, dopo la sfortunata battaglia politica del 24-25 febbraio) ha accertato negli ultimi mesi.
Di fronte agli anonimi avvertimenti di cui non è difficile indicare la provenienza, un solo quotidiano italiano che ha riportato la notizia (mancata dall’Unità come da la Stampa, da La Repubblica e dal Corriere della Sera) lo attribuisce a uno degli uomini del comando mafioso che ha l’incarico di uccidere Di Matteo.

E che la minaccia sia autentica e imminente è dimostrato dal clima di grande incertezza politica e per certi aspetti di vero e proprio marasma politico e istituzionale  che va  molto  oltre le lettere anonime inviate in procura.
Il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, dopo aver  ricordato che il Procuratore Generale della Cassazione Gianfranco Ciani il 21 marzo scorso  ha avviato un procedimento disciplinare contro il magistrato siciliano, accusato di aver aver violato “i doveri di diligenza e di riserbo” e il “diritto alla riservatezza” del Capo dello Stato, ha detto testualmente: “Dopo quella iniziativa disciplinare un poco inopportuna, se non addirittura scandalosa, Di Matteo è più isolato che mai. Chi vuole creare preoccupazione e tensione ha antenne sottili per comprendere questo momento e non si fa scrupolo per rendere il clima ancora più pesante.” Ecco perché, ha continuato Teresi, “per sicurezza e per garantire la sua serenità di lavoro, visto che l’ambiente esterno non la garantisce, chi ha responsabilità istituzionali ha ritenuto di prendere provvedimenti.”
Teresi si è riferito ai provvedimenti assunti dal capo della procura di Palermo Messineo in base ai quali Di Matteo da due giorni ha una nuova auto blindata, due auto in più e l’obbligo dei giubbotti antiproiettili per tutti gli uomini della scorta rafforzata con altri due agenti.
Ma chi conosce Cosa Nostra e le altre associazioni mafiose che infestano la penisola dalle Alpi alla Sicilia sa che questo non dà a nessuno la sicurezza assoluta, basta ricordare il tritolo di Capaci e  quello di via D’Amelio per avere di nuovo paura che quel  passato terribile si ripeta. E, da questo punto di vista, a me viene ancora in mente un colloquio che ebbi a Roma una sera con Giovanni Falcone, nella primavera del 1991, quando lui mi disse che soltanto l’educazione civile dei giovani sarebbe stata alla lunga efficace per stroncare il pericolo mafioso. Del resto, proprio Di Matteo, parlando il 25 marzo scorso nel processo in corso contro gli ex ufficiali del ROS dei carabinieri Mori e Obinu, imputati per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano a Mezzojuso, ha detto:”Questo è un momento drammatico in cui lo  Stato processa sé stesso.” Non c’è altro da aggiungere.