LA CRISI DELLA EDITORIA. SERVE UNA NUOVA LEGGE

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 L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

I dati statistici sono impietosi. In Italia che -come è noto- è agli ultimi posti (ventinovesimo) nella classifica dei 31 paesi dell’OCSE per l’istruzione media degli abitanti e sempre agli ultimi posti in quella per la lettura di un libro da parte degli abitanti (c’è addirittura da vergognarsi rispetto a meno del 10 per quelli che leggono un libro all’anno o più di uno) arrivano ora i dati che riguardano la stampa quotidiana. I quotidiani  – quelli che un grande filosofo definiva, con l’arrivo della secolarizzazione –  la preghiera dell’uomo moderno si leggono e si vedono sempre di meno. Basta avere occasione di andare in tram nelle città o in treno per spostarsi da una città all’altra per verificare che il calo è diventato costante e rapidissimo. In cinque anni i giornali hanno perduto oltre un milione di copie vendute (1,150 milioni, meno 22 per cento) e l’anno scorso, nel 2012 la flessione è stata del 6,6 per cento, (da 4,272 milioni di copie) una percentuale analoga a quella dell’anno precedente.
Insomma, il mercato editoriale sta male e al calo costante delle vendite si accompagnano problemi strutturali che non sono stati mai affrontati né dalla politica né dagli organi principali del settore economico interessato. Il presidente della Fieg, Anselmi, ha ricordato che “lo sbilanciamento del mercato in favore delle televisioni” è particolarmente forte nel nostro paese e che “l’insufficienza della tutela dei contenuti editoriali nella Rete nei confronti di utilizzatori che non si fanno carico degli oneri connessi alla produzione dell’informazione” peggiora la situazione.
Di fronte all’aggravarsi della crisi una classe politica nota per l’elevato grado di corruzione e di trasformismo che mettono in luce gli osservatori stranieri e i pochi rimasti in Italia,  senza  dover dipendere da sponsor pubblici e privati, hanno a che fare con una politica delle forme di sostegno all’editoria che risale a una situazione molto diversa. A ragione la Fieg invoca una “ridefinizione delle forme di sostegno all’editoria che sposti risorse dai soggetti ai progetti e dai contributi a fondo perduto agli incentivi da sottoporre a chi finanzia le iniziative. Gli editori chiedono di riprendere il DDL approvato alcuni anni nella precedente legislatura  dalla commissione Cultura della Camera, relatore l’ex sottosegretario all’editoria Ricardo Franco Levi, che contempla la salvaguardia parziale degli aiuti diretti e un sostegno all’innovazione e all’occupazione. Ed è quello che auspica anche il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Gianni Rossi. 

Si tratta di problemi urgenti e preoccupanti rispetto alla contemporanea riduzione delle pubblicità che ha toccato nell’ultimo anno il 14,3 per cento (mentre la pubblicità sulla rete è in aumento del 5,3 per cento) e del numero dei lettori del quotidiano, diminuito dal 2011 del 14,8 per cento.
Ma, a quanto pare, il problema della comunicazione non interessa in modo particolare la classe politica che fa riferimento alla coalizione di centro-sinistra. C’è davvero da preoccuparsi giacché proprio su questi temi (e, a quanto pare più sulla rete che sull’informazione tradizionale) si giocheranno partite decisive che non possono non interessare il confronto delle presenti come delle nuove generazioni. Sembra, da questo punto di vista, di restare in una sorta di limbo che finirà soltanto quando finirà questa legislatura e si riaprirà il confronto tra le maggiori forze politiche presenti nelle aule parlamentari  Ma bisognerebbe ricordare:
1) che la tecnologia ha tempi più rapidi della politica, di quella italiana in particolare;
2) che la scarsa attenzione alla comunicazione dura da decenni sia perché ci sono numerosi conflitti di interesse sia perché il carattere oligarchico delle nostre classi dirigenti è un elemento storico accertato e non messo più in discussione da nessuno.