LA CONGIUNTURA NEGATIVA FRENA LA CRESCITA. PREPENSIONAMENTI E STAFFETTA GENERAZIONALE PER RILANCIARE LO SVILUPPO

Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

La crescita dell’economia italiana continua a oscillare intorno a percentuali da prefisso telefonico. Anzi, gli ultimi dati indicano un ulteriore peggioramento delle previsioni sia per il 2016 che per il 2017.
Come era prevedibile, la domanda estera, da sola, non è sufficiente a rilanciare lo sviluppo. 
Bisogna dare atto che il governo ha adottato in questi anni alcuni provvedimenti che hanno avuto effetti favorevoli sulla congiuntura. Gli 80 euro, la decontribuzione delle nuove assunzioni, le battaglie con la Commissione europea per una maggiore flessibilità hanno sicuramente aiutato lo sviluppo.
Ma i provvedimenti spot, anche se vanno nella giusta direzione, non fanno una politica economica, né una battaglia di retroguardia contro le impostazioni recessive di Bruxelles è sufficiente a delineare un indirizzo organico di politica espansiva.
È mancato, finora, un disegno strategico, un progetto complessivo nel quale inquadrare le singole misure adottate di volta in volta.
Nel 2014 ci sono stati gli ottanta euro, la cui erogazione presupponeva che la priorità fosse il rilancio dei consumi. Ma, se l’obiettivo era questo, ottanta euro rappresentavano una goccia nel mare. Andavano bene come inizio ma, poi, dovevano seguire altre misure finalizzate ad ampliare e a consolidare l’impatto sulla domanda interna.
Nel 2015 si è deciso di intervenire sul mercato del lavoro. È stata varata la decontribuzione, strumento eccellente per combattere la disoccupazione. Ma, per ottenere risultati duraturi sarebbe stato necessario ampliare l’orizzonte temporale della sua applicazione molto al di là dei dodici mesi in cui è stato in vigore il provvedimento.
Invece, nel 2016, la decontribuzione è stata depotenziata e le risorse disponibili sono state concentrate sulla riduzione delle tasse e, in particolare, delle tasse sulla prima casa.
Nel 2017, stando alle previsioni, si ipotizza una nuova correzione di rotta, con interventi volti a ridurre le tasse sul lavoro e sulle imprese, che è cosa strutturalmente diversa – e produce effetti profondamente diversi – dal ridurre le tasse sulla prima casa.
Questa strategia oscillante che distribuisce, di anno in anno, finanziamenti su obiettivi differenti e, talvolta, alternativi non consente una allocazione efficiente delle risorse, diffonde incertezza e impedisce di consolidare e, ancora meno, di massimizzare i risultati degli investimenti effettuati.
In tempi normali una gestione del genere sarebbe sostenibile. Ma questi non sono tempi normali. 
La crisi dell’Italia non deriva da una congiuntura avversa. È una crisi strutturale che risale ad almeno un ventennio e che, se curata con ricette errate o approssimative, potrebbe portare a conseguenze molto pesanti nel medio periodo. 
È necessaria una analisi rigorosa e una politica coerente e organica volta a contrastare le cause del declino.
Cause sulle quali c’è un consenso molto ampio.
Dal lato della domanda si registra una propensione al consumo bassa e una domanda di consumi insufficiente che frena anche gli investimenti; dal lato dell’offerta, la produttività è in calo e, pur con salari reali in ribasso, riduce la competitività dei settori produttivi, mentre una ulteriore penalizzazione deriva dalla qualità dei servizi della Pubblica Amministrazione che non è adeguata né alle esigenze delle imprese, né a quelle dei cittadini. 
Servirebbero massicci investimenti sia per rilanciare la domanda, sia per dare nuovo impulso alla produttività.
Ma le risorse sono poche e, quindi, bisogna seguire altre strade cercando di valorizzare nella massima misura possibile i fondi disponibili. Come ha detto il Presidente della BCE, Mario Draghi, in questa fase servono misure non convenzionali. Serve una idea strategica che inneschi un circolo virtuoso “aumento dell’occupazione – aumento dei consumi – aumento del PIL – aumento dell’occupazione” per un rilancio duraturo della economia reale
Potrebbe avere un ruolo determinante, a tal fine, una grande operazione di turn over sul mercato del lavoro, previo congelamento per qualche anno della riforma pensionistica della Fornero.
Attivando un programma straordinario di prepensionamenti e assunzioni, si conseguirebbero tre risultati, tutti funzionali all’avvio a soluzione dei problemi strutturali della nostra economia:
• Aumentare il numero dei cittadini titolari di un reddito permanente, con effetti positivi sul mercato dei consumi. Effetti che sarebbero ulteriormente esaltati dal fatto che si tratterebbe di soggetti con elevata propensione al consumo;
• Accrescere la produttività del lavoro, in quanto lavoratori al limite della pensione, stanchi e demotivati, sarebbero sostituiti da dipendenti giovani, pieni di entusiasmo e di voglia di impegnarsi;
• Migliorare la qualità dei servizi e l’efficienza della pubblica amministrazione che risente, in misura pesantissima, del progressivo invecchiamento dei propri dipendenti che si protrae, ormai, da tempo immemorabile.
Per conseguire questi obiettivi, però, è necessario un progetto coerente e ambizioso. Ci sono istituti indipendenti che hanno quantificato i costi di un programma di prepensionamenti e assunzioni su larga scala. Ne abbiamo già parlato su questo giornale. È un costo sostenibile che produrrebbe ritorni immediati in termini di rilancio dello sviluppo.
E, comunque, su un programma del genere, l’Unione europea non potrebbe non concedere una deroga, dal momento che le eventuali eccedenze di deficit e di debito rientrerebbero nel volgere di qualche esercizio.
Però, con l’Ape o con la totalizzazione dei contributi previdenziali, che, pure, sono misure apprezzabili nel segno di una maggiore equità sociale, non si raggiunge nessuno di questi obiettivi. Si tratta solo di uno stanziamento di qualche miliardo per tamponare il malessere particolarmente forte in alcuni settori della popolazione, senza alcun ritorno sul piano economico.
Si tratterebbe della ennesima occasione perduta per un rilancio della nostra economia.