LA COGESTIONE, PER AZIENDE PIÙ EFFICIENTI E PIÙ COMPETITIVE

Giorgio Benvenuto


di Giorgio Benvenuto

La gravità della crisi economica ha fatto tornare di attualità un istituto, la cogestione, che potrebbe rivoluzionare i rapporti di lavoro e rilanciare la produttività e la competitività del nostro sistema economico.
E’ interessante a questo proposito uno studio del 2010 realizzato dall’ ETUI (European Trade Union Institute) che ha aggregato da un lato i dodici paesi in cui sono previste forme di cogestione (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia) e dall’altra  quindici paesi, tra i quali l’Italia, in cui non sono previste queste forme di partecipazione. Le due entità aggregate hanno quasi il medesimo Pil. Il risultato dice che nei dodici paesi impegnati nella cogestione gli occupati tra i 20 e i 64 anni sono pari al 72,1 per cento contro il 67,4, la spesa per ricerca e sviluppo ammonta al 2,2 per cento contro l’1,4, la popolazione a rischio povertà è attestata al 19,1 per cento contro il 25,4. 
Il sindacato venuto fuori dalla frammentazione della Cgil unitaria nel dopoguerra è stato a lungo un soggetto debole. Doveva conquistare spazi, doveva imporre la sua presenza, insomma doveva farsi valere. Era inevitabile la connotazione antagonista in quella fase storica. Il miracolo economico aveva garantito straordinari benefici a qualcuno ma ai lavoratori erano state lasciate le briciole. Oggi con la globalizzazione la situazione è cambiata. Se l’impresa non è competitiva, scappa. Abbiamo interesse a salvaguardare la capacità produttiva dell’azienda. Nel mercato senza confini, siamo tutti fratelli e tutti concorrenti allo stesso tempo. Conviene esplorare la possibilità di intese che consentano alle aziende di essere più efficienti e competitive. La questione è molto semplice: se le imprese vanno bene puoi ottenere vantaggi salariali, migliorare i livelli occupazionali, aprire le porte del mondo produttivo ai giovani; al contrario, se vanno male, c’è solo l’alternativa della cassa integrazione e della disoccupazione; se vanno bene ci si divide la ricchezza, se vanno male si divide la povertà.

È  evidente che un salto di qualità lo devono fare anche gli imprenditori che su questo terreno hanno sempre frenato. Tutto questo non significa mettere in soffitta lo scontro di classe. Si tratta di prendere atto che nel tempo è cambiato, ha assunto altre forme. E’ un discorso, però, che incontra grandi diffidenze ideologiche.  L’articolo 46 della Costituzione prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. E’ inattuato.                                                                                                   Non sono mancate le iniziative legislative ma non sono mai andate avanti perché la volontà politica è stata decisamente carente. Tutti hanno avuto paura di mettere le mani su questa materia. Il  problema della democrazia industriale il sindacato se lo deve porre come se lo posero la Spd e la Dgb. Il Governo di Willy Brandt ampliò nel 1976 lo spazio della cogestione fatto attuando quello che era stato scritto diciassette anni prima all’Hotel La Redoute di Bad Godesberg: “Da suddito dell’economia, il lavoratore deve diventare cittadino: la cogestione dell’industria siderurgica e carbonifera è l’inizio di un rinnovamento dell’ordinamento economico e dovrà svilupparsi ulteriormente per sfociare in una organizzazione democratica della grande industria”. La cogestione è una forma di partecipazione dei lavoratori e di strumento per favorire lo sviluppo dell’economia del Paese.
La Spd lavorò su un terreno reso fertile da Adenauer che pure non era un progressista. Il sindacato avrebbe rinunciato a benefici salariali se gli fossero stati riconosciuti i diritti di cogestione. I lavoratori tedeschi approvarono questa linea in un referendum nel quale si raggiunse il 95%.
Le condizioni storiche in Germania favorirono quelle soluzioni. Il trattato di pace per dare ai tedeschi la possibilità di utilizzare il carbone e l’acciaio, materiali decisamente necessari in guerra, stabilì che nella gestione delle imprese fossero coinvolti anche i sindacati.  Quella presenza sindacale ha prodotto effetti benefici in Germania. E’ stato un fattore di crescita.
La Germania è in qualche maniera l’incontro di due eresie: l’eresia liberale della economia sociale di mercato interpretata soprattutto da Ludwig Erhard, il ministro che è considerato il padre del Miracolo Economico; e l’eresia socialdemocratica che troncava i ponti con il passato, con il marxismo per abbracciare una idea di socialismo capace di governare il capitalismo e non di abbatterlo. Anche con Adenauer, il modello economico tedesco ha avuto una evoluzione diversa rispetto a quella che si è avuta in Italia.
Adenauer aveva solo un obiettivo: ricostruire il sistema industriale uscito distrutto dalla guerra. Ma questo intento costruttivo è anche nel Dna del sindacato italiano. Le tracce si ritrovano nel piano per il lavoro di Di Vittorio, nel contributo che fra il ‘46 e il ‘47 il sindacato ha dato alla ricostruzione del Paese. Si doveva e si deve cogliere meglio questo spirito, questa tensione. Morandi ci provò presentando un disegno di legge che apriva la strada a qualcosa di non molto dissimile da quello che si stava costruendo in Germania. Quel disegno di legge non divenne legge per l’opposizione degli imprenditori, della Dc e anche del Pci che temeva che nei consigli di gestione i lavoratori si sarebbero socialdemocratizzati. Ci fu, insomma, una singolare convergenza.
I lavoratori, se sono coinvolti si comportano da riformisti, se vengono emarginati diventano estremisti. La partecipazione consente di agire in maniera più pragmatica e non alla cieca come spesso avviene in Italia.
Sono necessarie riforme coerenti che consentano la crescita del nostro paese. Diffido fortemente di chi parla di riforme ma non si impegna a farle. Le ultime riforme realizzate in questo paese sono riconducibili a Dini (quella delle pensioni) e a Ciampi (concertazione con il sindacato). Gli altri ne hanno solo parlato. Nessuna, però, delle riforme proclamate ha visto la luce, nessuna ha prodotto delle soluzioni organiche. E’ così abusato il termine di riforma che è scaduto a luogo comune. Tutti si dichiarano riformisti, nessuno che lo sia per davvero.
La parola riforma è un vestito di taglia universale, lo possono indossare tutti ed è pure quattro stagioni, va bene in estate e in inverno, in primavera e in autunno. Ma la realtà è diversa: le riforme accorciano le distanze, non le ampliano, ridistribuiscono la ricchezza non la concentrano in poche mani, realizzano quello che dicevano i socialdemocratici di Bad Godesberg: “Misure appropriate devono far sì che una quota adeguata del costante incremento patrimoniale delle grandi imprese venga distribuita ampiamente oppure posta al servizio dell’utilità comune”. In Italia le riforme devono avere quel segno.