L’ITALIA HA BISOGNO DI LEADER VERI E DI RIFORME NON DI IMBONITORI E DI PROMESSE ELETTORALI

giorgio benvenuto


di Giorgio Benvenuto

“È di coraggio non di auto-compiacimento che abbiamo bisogno oggi, di leader non di imbonitori”. La frase sembra tagliata a misura sulla situazione che stiamo vivendo. In realtà è stata pronunciata cinquantatré anni fa da John Fitzgerald Kennedy davanti alla Convention Democratica che gli consegnava la candidatura presidenziale. Il suo avversario era Richard Nixon passato poi alla storia per il Watergate.
Kennedy le elezioni le vinse e fu un successo storico, il primo cattolico in una Casa Bianca che era riservata agli Wasp, white anglo-saxon protestant. Kennedy era bianco ma non protestante e portava dentro il soffio di una modernità travolgente. 
Fu per l’America e per il Mondo intero una scelta innovativa. Nel discorso della Nuova Frontiera, poneva problemi veri e complessi, cercava soluzioni serie e articolate. Il suo messaggio, replicato oggi, forse non farebbe guadagnare consensi: “La Nuova Frontiera di cui parlo non è fatta di promesse che io intendo offrire al popolo americano, bensì di quel che intendo chiedere al popolo americano”.
Probabilmente in Italia, dove le campagne elettorali si sono trasformate in un’asta di promesse con i “battitori” che alzano sempre di più la posta, a metà della frase la platea si sarebbe svuotata.
Quello è stato un momento di grande vitalità per l’America e per il Mondo. E quel che Kennedy disse allora ha ancora una grandissima validità perché ci sono valori, ci sono proposte che attraversano il tempo, che non hanno una data di scadenza come quella che si accompagna ai cibi.
Kennedy pensava alla Frontiera, ai pionieri, guardava l’orizzonte, una distesa di migliaia di miglia; noi fatichiamo persino ad avere una idea compiuta anche dei confini del nostro condominio: a volte anche girare l’angolo ci sembra un’impresa altamente avventurosa. Lentamente l’Italia sta diventando illegale nel senso che c’è una separatezza insopportabile tra le istituzioni: progressivamente stanno venendo meno la coesione e la solidarietà che sono collanti essenziali del vivere insieme. Ma la gente di tutto questo non ha colpa.

Accade che in un momento di gravissima crisi, tutti quanti immaginano di camminare in un tunnel buio: non vedono l’uscita, non vedono un raggio di sole che conforti e rassicuri. Non solo non si è felici, non solo non si è appagati, ma si è soprattutto rassegnati. Manca la speranza. Si guarda attorno e il panorama non conforta. Si fa appello ai valori costituzionali che sono sempre validi ma poi ci si scontra con un bipolarismo sgangherato, che non esiste: era nato perché c’erano tanti partiti, sette, e adesso fioriscono come limoni, una ventina. Le istituzioni sono screditate e vengono vissute con imbarazzo, con fastidio. Ci vorrebbe un cambiamento di rotta. Bisognerebbe abbandonare la strada di questo leaderismo fatto di “Uomini della Provvidenza” che non si sono mai rivelati provvidenziali e ricostruire una società in cui la vita associativa, collettiva si esprime e si esalta nelle organizzazioni rappresentative.
Va ricostruita la spina dorsale del Paese che col tempo è venuta meno. Non si può pretendere di applicare la Costituzione se poi gli strumenti che dovrebbero favorire quella attuazione prescindono dalla stessa. A quel punto, delle due l’una: o cambi la Costituzione o riporti tutto il resto in quell’alveo.
Come si può, ad esempio, coniugare l’attuale sistema elettorale con la nostra Costituzione. I padri costituenti nella costruzione del meccanismo elettorale furono coerenti. L’incoerenza è venuta dopo. Non si possono tenere i due piani separati: oggi la riforma elettorale e domani la riforma della Costituzione.
Qualunque legge elettorale oggi si possa realizzare, deve fare i conti con un bicameralismo perfetto che rallenta le decisioni, “incarta” la dinamica parlamentare, non soddisfa quelle esigenze di efficienza e rapidità che un mondo così interconnesso pone.
Quel disegno costituzionale aveva una sua logica: si veniva dal fascismo, i confini in cui il mondo era diviso erano decisamente robusti, le scelte più che alla rapidità delle decisioni si ispirarono al ricordo del passato che era peraltro estremamente prossimo; era prevalente il bisogno di creare un sistema di pesi e contrappesi che evitasse una ricaduta in quella ventennale malattia che aveva afflitto e debilitato il Paese conducendolo in una avventura tragica come la guerra.
Bisogna ora rivedere la Costituzione. Il bicameralismo va superato e, d’altro canto, così perfetto è ormai una peculiarità italiana. Bisogna dare maggiori poteri al Presidente del Consiglio e occorre aumentare il peso delle autonomie locali.
Insomma, il quadro di riferimento può essere un semi-presidenzialismo alla francese.
La Francia è il modello migliore per la cultura, per le dimensioni stesse del nostro Stato. Poi ci si può guardare attorno, vedere se esistono altri modelli che garantiscono contemporaneamente efficienza, rapidità di decisioni e saldezza dei princìpi democratici. 
La Costituzione, ripeto, è nata in un particolare momento. Era stata riconquistata la  libertà, si abbracciava completamente, anche grazie al suffragio universale maschile e femminile, una idea democratica a cui non si era particolarmente allenati. 
La polemica sull’inciucio (parola onomatopeica e piuttosto sgraziata), sulla grande coalizione vissuta da molti come un insulto più che come una necessità, riapre una questione antica ma irrisolta: quella della legittimazione reciproca. Ma contemporaneamente solleva anche un dubbio. La destra e la sinistra italiane  non hanno conosciuto la loro Bad Godesberg.
Fondamentale è il ritorno dei partiti, quelli veri.
C’è un problema irrisolto. La reciproca legittimazione è fatta di simboli che poi tanto simbolici non sono. In Francia, il 14 luglio è festa per Hollande e per Sarkozy. In Italia, il 25 aprile, il giorno in cui l’Italia ritorna libera, lo è per alcuni; altri la vivono con fastidio, altri ancora la detestano. E’ pensabile che questa nostra democrazia possa diventare matura se non riesce nemmeno a condividere la sua data di nascita?
Da noi tutto viene vissuto in negativo. Per superare quelle divisioni ormai storiche bisognava cancellare da un lato gli errori dei partigiani, dall’altro quelli dei “ragazzi di Salò”. La sinistra ha le sue colpe perché per troppo tempo ha consegnato la difesa della Patria all’altra parte. Da questo punto di vista, tre persone hanno scardinato questo modo di intendere: Sandro Pertini, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Ci siamo portati dietro per molti anni un retaggio della fase precedente alla guerra, quando nello stato liberale i partiti non si riconoscevano e non venivano riconosciuti nemmeno i sindacati. L’avvento del fascismo ha reso ancora più forte quella rottura. La Liberazione non è un “fatto di sinistra”, è un momento di identificazione. La conferma che si tratta di questo è venuta dalla Costituzione: tutti si sono identificati in quel testo e quella legge è stata varata anche quando socialisti e comunisti erano già usciti dal governo. In Italia il campo della sinistra è stato egemonizzato dal PCI e quella situazione ha impedito la nascita di un vero partito riformista europeo. L’esaltazione della Patria, in questo contesto, è diventata monopolio della destra. Pertini, uomo della Liberazione, rimise tutto in movimento quando cominciò a onorare baciandola la bandiera. Ciampi, anche lui formatosi in quell’agone storico-politico all’ombra del Partito dì’Azione, ha rilanciato quell’inno che veniva dileggiato e da molti considerato una brutta marcetta. Napolitano, con i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità, ha tenuto insieme un Paese già sfibrato dalle difficoltà.
Si è parlato molto di pacificazione a proposito delle “larghe intese”. Il fatto è che in Italia la pacificazione avviene attraverso la rimozione: si annulla tutto, il buono e il cattivo, il positivo e il negativo. E’ una storia che ricorda quella del PCI che in Italia non voleva essere socialista ma in compenso voleva esserlo all’estero tanto è vero che entrò anche nel PSE (Partito Socialista Europeo). Il problema è sempre lo stesso: l’identità. La sinistra deve avere la sua forte identità. Non si contrasta la Lega o il Movimento 5 Stelle imitandoli, inseguendoli.