IMU e IVA: LE RAGIONI DELL’ITALIA E GLI INTERESSI ELETTORALI DEL PDL

Angelino Alfano

A poco più di un mese dall’insediamento del governo Letta i nodi sono ormai giunti al pettine. L’intervento del ministro dell’Economia Saccomanni alla Camera è stato chiarissimo, nello stile di un ex Direttore Generale della Banca d’Italia.
Per abolire l’Imu e per evitare l’aumento dell’Iva sono necessari otto miliardi di euro. In cassa non ci sono e non sono state trovate vie per reperirli.
La risposta di Brunetta “i ministri tecnici servono a trovare le risorse” è una riposta degna di Grillo. Dal capogruppo di un partito che ha governato l’Italia per venti anni e che, per di più, vanta titoli accademici in materie economiche ci si aspetterebbe una confutazione nel merito, che contrapponesse altre cifre alle cifre del ministro. Invece, solo una polemica di basso profilo, tipica di chi non fa politica nel senso alto del termine, ma solo propaganda elettorale. Né una valutazione migliore si può dare della posizione di Alfano “L’Imu è la nostra bandiera”, anche se il vice presidente del Consiglio ha, se non altro, l’attenuante di non essere un economista.
I partiti seri, quando fanno una proposta di spesa, indicano le coperture, anche perché l’art. 81 della Costituzione non solo non è stato abolito ma è stato ulteriormente irrigidito da un Parlamento nel quale il PDL aveva una ampia maggioranza.
Ma questo atteggiamento è una conferma ulteriore delle cause per le quali la situazione dell’Italia si è deteriorata fino al punto attuale. La demagogia e il populismo possono portare successi elettorali, ma, a medio termine, hanno, inevitabilmente, conseguenze negative per l’economia e per i cittadini.

Il compito del governo Letta è arduo proprio perché deve combattere, non solo con una crisi dura di cui non si vede la fine, ma anche con una componente della maggioranza che si preoccupa solo del prossimo voto e sfugge alle responsabilità di governo.
Venendo al merito, premesso che a tutti piacerebbe non dover pagare l’Imu né sulle prime, né sulle seconde case, l’impostazione del PDL é sbagliata in radice.
Punto primo. Se si possono ridurre le tasse, bisogna cominciare da quelle sul lavoro che sono tra le più alte in tutti i paesi avanzati e provocano, per le aziende, un gap di competitività con ricadute negative sulla crescita e sull’occupazione.
Punto secondo. La riduzione delle tasse deve essere una scelta strategica. Ma per poter essere sostenibile nel medio periodo, deve essere in grado di autofinanziarsi. La abolizione dell’Imu prima casa non comporta alcun effetto significativo sul piano macroeconomico, salvo quello molto marginale derivante da un modesto aumento del reddito disponibile delle famiglie con possibile ribaltamento sui consumi. Quindi, non ci sono ritorni a livello di Pil e non ci sono benefici per il bilancio dello Stato. Invece, una riduzione delle tasse sul lavoro comporterebbe un aumento della produzione e della occupazione con riflessi positivi anche sul gettito globale e possibilità di ripetere l’operazione su altri fronti a costo zero per l’erario.
Punto terzo. L’Imu che penalizza l’economia reale non è quella sulla prima casa che si caratterizza per aliquote ragionevoli, ma quella sulle seconde case, che, data l’elevatezza degli importi, potrebbe incidere sul comparto edilizio e quella sugli immobili aziendali che va ad appesantire gli oneri sulle attività produttive che già sono a livelli drammatici.
Tanto premesso, sarebbe necessario concentrare le risorse che, come tutti sappiamo sono scarse, sugli obiettivi prioritari che, a giudizio unanime  degli esperti indipendenti, delle Organizzazioni internazionali, delle associazioni datoriali e dei sindacati sono quelli volti a ridare competitività all’economia.
Non c’è bisogno di un premio Nobel, ma basta un qualunque commerciante per  capire che ridurre la tasse sul lavoro o, anche, evitare l’aumento dell’Iva è più importante che ridurre l’Imu prima casa.
Ancora una volta le ragioni dell’Italia sono in conflitto con le scelte del PDL  e di Silvio Berlusconi.
Ovviamente, non è da escludere un intervento sull’Imu, ma nei limiti delle compatibilità e dei fondi disponibili e purché funzionale agli obiettivi di lungo periodo, non per corrispondere a un impegno elettorale assunto per motivi di piccolo cabotaggio.
Siamo sicuri che il governo saprà decidere per il meglio anche a rischio dei rapporti con uno dei suoi azionisti di riferimento.