IL PARTITO DEMOCRATICO DEVE ESSERE INCLUSIVO. LE RIFORME SI FANNO CON IL CONSENSO

Matteo Renzi

Non vogliamo partecipare al giochino di chi ha vinto e chi ha perduto nelle elezioni di domenica 31 maggio, anche perché è un giochino abbastanza sciocco.
Un turno elettorale che coinvolge sette regioni e centinaia di comuni è una vicenda complessa e non si presta a una valutazione sommaria quale è, necessariamente, il concetto di vittoria o di sconfitta. Si possono prendere in considerazione i voti o le percentuali, si può valutare l’importanza delle diverse regioni o dei comuni interessati, si possono aggiungere, o meno, le liste civiche, si possono comparare i voti o i seggi o le amministrazioni guadagnate o perdute. Sono tutti calcoli che hanno una logica e che potrebbero dare una chiave di lettura. Ma, trarne conclusioni univoche è pressoché impossibile.
Vediamo, invece, quali insegnamenti si possono ricavare dai risultati di domenica per i tre raggruppamenti principali, Centrosinistra, Centrodestra e Cinque stelle.
Oggi cominceremo con il Centrosinistra. In due articoli successivi tratteremo del Centrodestra e dei Cinque stelle.
Il primo insegnamento, per lo schieramento progressista, è che per vincere bisogna avere, innanzitutto, la capacità di governare con oculatezza la propria area politica. 
Renzi ha mostrato di avere una visione strategica non comune quando si è posto l’obiettivo di ampliare la base di riferimento del Partito Democratico e del Centrosinistra. Ma, per ampliare, bisogna partire dal perimetro dell’esistente e assicurarsi di non perdere pezzi per strada. Se, invece, si ipotizza di sostituire una parte del proprio elettorato tradizionale con nuove acquisizioni l’operazione diventa molto più a rischio, in quanto le perdite sono sicure, mentre i recuperi sono sempre aleatori.
Certo, l’avvio di un nuovo corso può comportare dei contrasti anche aspri che, però, devono rientrare nell’alveo di una fisiologica dialettica interna, rifuggendo dalle scorciatoie delle scomuniche reciproche.
In un partito del  40 per cento è essenziale che ci siano delle minoranze e che le posizioni politiche siano ispirate al pluralismo, in quanto una organizzazione di massa deve essere in grado di assicurare rappresentanza politica a tutti, o alla maggior parte dei gruppi sociali in cui si articola una società post classista come quella degli anni 2000.
La sconfitta della Paita in Liguria non è un episodio particolarmente grave. Potrebbe diventare un problema, però, se si verificassero dinamiche analoghe anche in altre regioni.
Le scissioni, in genere, hanno effetti devastanti. Nella storia dell’Italia repubblicana, c’è un precedente famoso, la scissione di Palazzo Barberini che portò alla spaccatura dei socialisti, usciti dalle elezioni della Costituente come il secondo partito italiano.
Il PSI non si è mai più ripreso da quella divisione. Ha vivacchiato fino alla fine della prima repubblica su percentuali  intorno al 10 per cento, costretto a rinunciare al ruolo di polo aggregante e potendo solo scegliere se gravitare nell’orbita della Democrazia Cristiana o in quella del Partito Comunista.
Invece, la DC e il PCI, proprio perché hanno saputo ricondurre sempre a unità il confronto interno,  sono stati capaci di essere interlocutori privilegiati di ampie fasce della società e di conseguire percentuali molto più alte di consensi.
Se allarghiamo lo spettro di analisi agli altri paesi europei, non possiamo non ricordare che, ad esempio, la SPD tedesca risente ancora delle ricadute della fuoriuscita di Oskar Lafontaine e oggi è diventato un partito a vocazione strutturalmente minoritaria che non va al di là di là di un ruolo di fiancheggiamento rispetto alla CDU di Angela Merkel.
Quindi, è vero che il caso Liguria è un caso periferico e marginale. Ma è essenziale che il gruppo dirigente del Partito Democratico faccia di tutto per impedire che il laboratorio Liguria si estenda a livello nazionale. 
Seconda considerazione. I risultati elettorali sono condizionati in misura determinante dai candidati in lizza. Sul punto, queste elezioni hanno mostrato una inversione di tendenza. Emiliano in Puglia, De Luca in Campania, Rossi in Toscana hanno vinto con performances molto significative pur non essendo in linea con il profilo dei candidati giovani, belli, e “miracolati”, che erano emersi, in molti casi, come nuova classe dirigente nella cosiddetta seconda repubblica.
Forse è entrata in crisi la teoria del casting che Berlusconi aveva lasciato in eredità anche ai partiti avversari, in base alla quale i candidati venivano selezionati con gli stessi criteri con cui si scelgono gli attori di una telenovela.
C’è da sperare che sia l’inizio di un nuovo corso. Sarebbe uno sviluppo fondamentale,  considerato che l’Italicum prevede i capilista bloccati. Se gli elettori confermeranno attenzione per le qualità culturali, professionali e politiche dei candidati, i partiti saranno costretti a scegliere personalità forti e idonee al ruolo e non replicanti dei leader come è stato, spesso, finora.
Il terzo punto sono le riforme. Le riforme non sono fini a se stesse, non sono bandierine, non sono slogan, sono lo strumento per risolvere i problemi del Paese. Se, invece di risolverli, li aggravano è normale che i cittadini reagiscano abbracciando l’antipolitica.
I problemi della gente sono il lavoro, la crescita della produzione e del reddito, la sicurezza, la tutela dei diritti, tutti temi sui quali non si notano progressi significativi.
Il leggero miglioramento della situazione dell’economia è dovuta più all’opera della BCE che all’iniziativa del governo. Il quale, in questi mesi, ha commesso errori metodologici gravi, ha trascurato i corpi intermedi e ha creduto di poter sostituire la comunicazione on line al dialogo con i cittadini.
Invece, va recuperato il ruolo dei sindacati e va ricercato il consenso delle categorie interessate. Anche perché riforme non condivise sono destinate al fallimento.
L’Esecutivo deve operare con efficacia ed efficienza per consolidare la congiuntura favorevole e trasformarla in una ripresa strutturale che permetta di conseguire risultati tangibili anche sul fronte dell’occupazione.
Se Renzi si concentrerà su queste tematiche, con priorità rispetto alle riforme politicistiche che non interessano, o interessano in misura assolutamente marginale, la gente comune, potrà recuperare i consensi che nelle elezioni di domenica sono andati dispersi e il cammino del governo sarà più spedito anche nelle aule parlamentari.