PROMEMORIA PER IL GOVERNO: IL LAVORO È LA PRIORITÀ. L’IMU VIENE DOPO

Manifestazione sindacale

Al di là delle consuete liti sui nomi e sulle cariche e delle polemiche derivanti da dichiarazioni improvvide, il primo vero problema del governo è l’eventuale abolizione dell’IMU sulla prima casa o, in alternativa, la sua rimodulazione.
Berlusconi si è speso molto in campagna elettorale contro l’imposta e preme per  dimostrare che mantiene fede agli impegni. La sua posizione trova consensi istintivi in quanto l’IMU è una tassa sul patrimonio e, in quanto tale, è odiata dai cittadini, già esasperati da un livello di imposizione fiscale che pone l’Italia al quarto posto in Europa dopo Danimarca, Svezia e Finlandia.
Però, il problema è diverso da come il Cavaliere lo presenta. Premesso che tutti paghiamo l’IMU prima casa e tutti gradiremmo non pagarla, non si può non considerare che l’aliquota sulla prima casa è molto bassa. Le aliquote pesanti che potrebbero avere implicazioni negative sull’edilizia e sugli altri  settori interessati sono quelle sulle seconde case e quelle sui negozi, sui capannoni, sui terreni, quelle pagate dalle aziende, che sono a livelli insopportabili.
Tanto premesso, il senso di responsabilità induce a ritenere che, considerato il difficile momento della nostra economia, abolire l’imposta non sia la scelta migliore per una politica finalizzata alla crescita e all’occupazione, così come non sarebbe equo abolire in modo generalizzato l’imposta prima casa e non ridurre le aliquote per le seconde case e per le aziende o, addirittura, aumentarle.
Non a caso Confindustria e Confederazioni sindacali sono concordi nel sostenere che ci sono altre priorità.

Il problema non è, come dicono osservatori poco attenti, trovare i quattro miliardi necessari per l’operazione. Il problema vero è che nell’attuale contesto di risorse scarse quei quattro miliardi  potrebbero essere utilizzati meglio, anche rimanendo nel campo della riduzione delle imposte.
La misura più urgente, per parere unanime di tutti gli economisti e delle associazioni sindacali di datori di lavoro e lavoratori, è l’abolizione dell’IRAP sul costo del lavoro che è, di fatto, una tassa che disincentiva le assunzioni, un assurdo incomprensibile in un paese ad alta disoccupazione. E, poi, una serie di misure per ridurre il costo per unità di prodotto, per accrescere la competitività e per rilanciare la produzione e la domanda di lavoro, come la detassazione e la decontribuzione del salario di produttività, la decontribuzione dell’occupazione aggiuntiva, la defiscalizzazione degli utili reinvestiti, il sostegno a iniziative  industriali nel Mezzogiorno, la totale restituzione alle imprese dei crediti verso la pubblica amministrazione.
Sono, tutti, interventi che porterebbero effetti positivi sulla produzione, sull’occupazione e sui famosi rapporti deficit/pil e debito/pil e allenterebbero la tensione sociale ridando una speranza a milioni di cittadini che ora si sentono abbandonati.
L’ abolizione dell’IMU, invece, al di là della soddisfazione degli elettori che si vedrebbero alleviati da un’imposta e di un modesto effetto positivo sui  consumi, non avrebbe significative ricadute di ordine macroeconomico.
Certo, sarebbe un provvedimento gradito. Ma, se si facesse una campagna di informazione seria spiegando agli italiani quali obiettivi in termini di occupazione e di sviluppo si potrebbero raggiungere con le risorse che servirebbero per ridurre l’IMU, probabilmente i cittadini condividerebbero la tesi di un uso alternativo e più proficuo di quelle risorse.
Comunque fra la abolizione e la riconferma ci sono vari stadi intermedi. È probabile che si raggiungerà un’intesa su una rimodulazione parziale dell’imposta con una misura che costerà di meno e, comunque, comporterà un alleggerimento fiscale per i cittadini.
Quello che è certo, comunque si definisca questo primo casus belli, è che un governo che abbia come orizzonte non la sopravvivenza ma la volontà di risolvere i problemi del Paese deve preoccuparsi della efficacia dei provvedimenti sulla economia nel medio e nel lungo periodo e della ottimale utilizzazione delle risorse disponibili più che dell’impatto immediato sulla pubblica opinione, un dato, peraltro, volatile che dipende molto dalla capacità di comunicare il merito e le motivazioni delle decisioni adottate .