IL GOVERNO DEVE ESSERE PIÙ CORAGGIOSO SULL’OCCUPAZIONE. RITARDI NON GIUSTIFICATI PER LA STAFFETTA GENERAZIONALE.

Matteo Renzi
Il Presidente del Consiglio ha fatto della velocità la sua arma vincente. E indubbiamente nella attuale situazione del nostro Paese il tempo è un fattore importante. Un intervento che oggi può essere efficace, fra tre mesi potrebbe essere insufficiente per il consolidarsi di una congiuntura negativa.
Però, finora, nonostante le iniziative a getto continuo, l’azione del governo non ha conseguito risultati particolarmente significativi.
Non ci riferiamo tanto alle riforme istituzionali che hanno bisogno di tempi tecnici non comprimibili soprattutto se di rilevanza costituzionale, e che, comunque, non hanno un impatto immediato sulla vita dei cittadini, bensì a quelle economiche e sociali dalle quali dipende il futuro del Paese.
Renzi era partito bene, considerato che parlava di jobs act già prima del passaggio di consegne con il governo Letta. Però, finora, alle parole non sono seguiti i fatti.
La situazione occupazionale è sempre più difficile come dimostrano gli ultimi dati Istat e i provvedimenti adottati finora sono dei palliativi più che quella terapia d’urto che sarebbe necessaria.
Non c’è alcun decreto che abbia un impatto diretto sulla disoccupazione. Le misure correttive del mercato del lavoro sono la solita minestra riscaldata fondata sulla teoria che gli imprenditori non assumono perché non possono licenziare. Teoria che, più che infondata è palesemente contraria alla realtà, considerato che in Italia negli ultimi anni sono state licenziate centinaia di migliaia di lavoratori. Teoria che, peraltro, è nociva per gli interessi del Paese. L’Italia ha, notoriamente, un problema di bassi consumi. Gli imprenditori non investono perché il mercato interno non tira e non ha senso incrementare la produzione per alimentare il magazzino. Non bisogna essere economisti, basta un minimo di buon senso, per capire che, quali che siano le condizioni contrattuali e i costi di produzione, non ci potrà essere alcuna ripresa se non in presenza di una inversione di tendenza sul fronte della domanda. Inversione di tendenza che richiede una riapertura delle assunzioni a tempo indeterminato, le uniche che consentono l’ingresso sul mercato di soggetti aggiuntivi con la elevata propensione al consumo, che caratterizza in modo specifico proprio i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato.
In altri termini, si tratta di applicare uno dei principi fondamentali della teoria economica, di cui gli economisti del principe che predominano nei think tank e sugli organi di informazione si sono colpevolmente dimenticati, il principio secondo il quale la domanda é funzione non solo del reddito complessivo ma anche della sua distribuzione.  
Infatti, è notorio che la propensione al consumo non é omogenea ed è inversamente proporzionale all’ammontare del reddito dei singoli consumatori. Per cui l’aumento dell’occupazione a tempo indeterminato e la redistribuzione del reddito con spostamento di quote di Pil verso i ceti meno favoriti, nella attuale congiuntura nella quale non è possibile ipotizzare massicci investimenti per creare nuova occupazione, è la strada maestra per stimolare la crescita.
Stante tale situazione, la staffetta generazionale è, ad esempio, una scelta strategica dalla quale dipende un pezzo rilevante della risposta alla crisi, una misura anti ciclica che sarebbe fondamentale in questa fase dell’economia, purché, però, per tornare al concetto dei tempi, venga utilizzata con immediatezza.
Invece, la riforma della Pubblica Amministrazione presentata dal governo, al di là di un modesto turn over di 15.000 unità nello spazio di tre anni peraltro a partire da una data non ben precisata, rimanda tutto a un disegno di legge dall’incerto avvenire e dai contorni non ben definiti.
Nella proposta dell’Esecutivo ci sono luci e ombre ma manca, soprattutto, quella capacità di intervenire nel breve periodo che sarebbe il marchio di fabbrica della compagine di Renzi e che dovrebbe caratterizzarlo rispetto ai governi che lo hanno preceduto.
I pericoli che tale impostazione comporta sono gravi. Sulla occupazione e sulla domanda bisogna agire subito, non fra un anno o fra due, quando la situazione potrebbe essersi deteriorata in modo irreversibile fino a richiedere una tipologia di interventi completamente diversa.
Il Presidente del Consiglio è consapevole di questa verità, ma, evidentemente, non è riuscito a superare gli ostacoli e le barriere che sono state elevate da categorie  e gruppi di pressione abituati ad anteporre  i privilegi di cui godono e il proprio “particulare” agli interessi generali del Paese.
Noi speriamo che Renzi tenga fede al suo stile di rottamatore e che tagli, in modo selettivo ma incisivo, in quella selva di super burocrati che non può non essere considerata responsabile, fatte salve le dovute eccezioni, delle inefficienze della Pubblica Amministrazione, inefficienze che si accompagnano a costi molto elevati assolutamente ingiustificati alla luce dei risultati raggiunti.
E che faccia scelte coraggiose di politica economica, senza farsi condizionare da economisti intellettualmente pigri e conformisti, che preferiscono gli slogan alle analisi e credono di essere i nipotini della Thatcher, mentre sono solo i reggicoda della speculazione finanziaria.
Renzi sa bene che sarà giudicato proprio per quanto riuscirà a realizzare sul versante dell’occupazione e della crescita. 
In caso di insuccesso, i consensi ottenuti alle europee si trasformerebbero in altrettante disillusioni e si potrebbe aprire una prateria per le truppe di Grillo e dei  5 Stelle.