I DIPENDENTI PUBBLICI NON SONO LICENZIABILI CON LE PROCEDURE DEL SETTORE PRIVATO. LO IMPEDISCONO LA CARTA COSTITUZIONALE E IL BUON SENSO

Matteo Renzi
Ha fatto bene Renzi a impedire un obbrobrio giuridico cancellando ogni riferimento ai dipendenti pubblici nella nuova normativa sui licenziamenti nel privato.
Il sen. Pietro Ichino sta conducendo l’ennesima battaglia sbagliata per tentare di forzare ulteriormente una riforma che, già senza il suo contributo, provocherà non pochi disastri.
Il Jobs act, nella scia della legge Fornero, segna la definitiva affermazione della autorità assoluta del datore di lavoro in azienda, in stile pre – Statuto dei lavoratori. 
Ovviamente, nessuno mette in dubbio il potere gerarchico dell’imprenditore. L’anomalia è la pretesa di esercitare quel potere senza un controllo di legalità da parte dei giudici e, quindi, in palese contrasto con lo stato di diritto.
Raffaele Cantone, solo qualche settimana fa, chiedeva che fossero tutelati, anzi premiati, i dipendenti che denunciano illeciti. Ora il problema non si pone nemmeno.
Con la nuova disciplina nessun lavoratore oserà denunciare un’evasione fiscale, un falso in bilancio o una violazione delle leggi sulla sicurezza, in quanto qualunque azione in tal senso significherebbe un licenziamento certo e senza possibilità di reintegro.
Ma ad Ichino questo non basta. Vuole il licenziamento libero anche per i dipendenti pubblici.
Non si preoccupa che una tale misura sarebbe in contrasto con la giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale che differenzia i dipendenti pubblici da quelli privati. Non dice una sola parola per confutare le tesi della Consulta, secondo la quale i lavoratori pubblici non sono assimilabili ai privati in quanto devono ispirarsi nel loro lavoro al perseguimento degli interessi generali e al rispetto dei principi di legalità, imparzialità e buon andamento cui la Pubblica Amministrazione deve finalizzare la propria azione. 
La tesi di Ichino è elementare: “È semplicemente assurda l’esclusione dei nuovi assunti nelle amministrazioni pubbliche dalla nuova disciplina. Tredici anni fa, nel Testo Unico sul pubblico impiego si è stabilito che, escluse assunzioni e promozioni, per ogni altro aspetto – salve eccezioni rispondenti ad esigenze particolari – il rapporto di pubblico impiego deve essere assoggettato alle stesse regole del rapporto di lavoro privato”.
Ma Ichino, che è un avvocato, dovrebbe partire, non dal Testo Unico, che, peraltro, richiede una interpretazione che va al di là della lettera, ma dalla Carta costituzionale.
Basta leggere gli articoli 97 e 98 della Costituzione per capire che la stabilità del rapporto è carattere inderogabile del pubblico impiego, a tutela non dei singoli ma della Pubblica amministrazione nella sua interezza.
L’art. 97 dice: “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in  modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.”
E ancora: “Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità dei funzionari”. E “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso salvo i casi stabiliti dalla legge”.
L’art. 98 aggiunge: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione”.
Non bisogna essere giuristi per comprendere che né il Testo Unico né alcuna legge ordinaria possono derogare a tali principi.
D’altronde, se il Testo Unico esclude che si possa applicare nel settore pubblico la normativa del rapporto di lavoro privato per assunzioni e promozioni è proprio per evitare possibili arbitrii e indebite pressioni che metterebbero in pericolo il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica amministrazione.
Se questo è vero per assunzioni e promozioni, a maggior ragione la normativa sui licenziamenti deve tenere conto delle specificità del rapporto di lavoro pubblico.
Il che non significa che gli statali non siano licenziabili, materia che è regolamentata attualmente dal D. Lgs. 30/3/2001 n. 165 e successive modifiche e integrazioni, ultima la legge 12 novembre 2011 n. 183.
In base a questa normativa i dipendenti pubblici in esubero che non sia possibile collocare presso altra amministrazione vengono messi in disponibilità con una indennità pari all’80 per cento dello stipendio per un periodo massimo di ventiquattro mesi. Trascorsi i quali, se la situazione non è mutata, si procede alla dispensa dal servizio, vale a dire al licenziamento.
Le differenze più significative con i privati non sono di carattere sostanziale ma di carattere procedurale, onde evitare che il politico di turno, o il dirigente apicale assunto per meriti politici, possano coartare la volontà dei dipendenti per utilizzare le strutture pubbliche a proprio vantaggio.
Sul piano giuridico, quindi, non potrà mai esserci una disciplina comune per il settore pubblico e per quello privato.
Se, poi, dal piano giuridico passiamo a quello politico, crede davvero Ichino che ci sia qualcuno in Italia, oltre agli epigoni di Scelta Civica, che voglia permettere ai politici di diventare i feudatari del 2000 che si spartiscono e gestiscono con poteri analoghi a quelli del “padrone” privato le aree della Pubblica Amministrazione a cui sono pro tempore preposti?