HILLARY CLINTON PER IL RITORNO AL “GLASS STEAGALL ACT”. IMPORRE, ANCHE IN ITALIA, LA SEPARAZIONE FRA BANCHE COMMERCIALI E BANCHE DI INVESTIMENTO

HILLARY CLINTON

La strada di Hillary Clinton verso la Casa Bianca è ancora lunga. Però, la convenzione di Filadelfia ha fatto segnare, a vantaggio della ex first lady, alcuni sostegni forti che potrebbero essere determinanti. Gli interventi di Michelle e del Presidente Obama, di cui, ovviamente, era scontato l’appoggio, sono stati particolarmente efficaci, così come quello dell’ex Presidente, nonché marito di Hillary, Bill Clinton.

Ma il discorso più importante è stato certamente quello di Bernie Sanders, il quale, dopo essersi battuto fino alla fine per la nomination, ha manifestato una convergenza piena e senza incertezze sulla candidatura della ex segretaria di Stato.
L’appoggio del senatore del Vermont sarà tanto più determinante, al di là delle contestazioni di uno sparuto gruppo di delegati, perché è stato un appoggio contrattato.  Sanders ha chiesto e ottenuto, in contropartita della sua adesione, sostanziali concessioni sul piano programmatico che hanno caratterizzato a sinistra la piattaforma di Hillary.
Fra gli impegni che Bernie ha strappato alla Clinton ce ne è uno che potrebbe avere effetti significativi sulla economia mondiale e, anche, sul nostro Paese: il ritorno al “Glass-Steagall Act” che aveva introdotto, nel 1933, una rigida separazione fra banche commerciali e banche di investimento. In realtà, nella piattaforma si parla di una versione moderna e aggiornata della norma, ma si tratta solo di una formula diplomatica che consente a Hillary di giustificare il cambio di rotta e di difendersi da eventuali accuse di incoerenza.
La materia è scottante sia per gli interessi in gioco che sono enormi, sia perché fu Bill Clinton a promulgare la nuova legge che abrogò, nel 1999, il “Glass Steagall Act”.
L’Italia è particolarmente interessata alla innovazione, perché ha seguito un percorso parallelo a quello degli Stati Uniti. La legge bancaria del 1936 aveva imposto severe limitazioni alla attività delle banche commerciali. Il Testo Unico Bancario del 1993, in anticipo di qualche anno sugli Stati Uniti, ha introdotto il modello di banca universale, superando la bipartizione fra banca commerciale e banca di investimento.  
Da anni questo giornale sostiene che bisogna tornare a una rigida separazione fra banche commerciali e banche di investimento sia per combattere la speculazione finanziaria, sia per riportare le banche alla loro funzione fondamentale di “raccolta del risparmio e “esercizio del credito”, una funzione che, spesso, è negletta per privilegiare attività mercantili più remunerative ma, anche, più avventuristiche.
Ovviamente, oltre al ripristino della legge bancaria del 1936, sono necessarie, anche, altre disposizioni per disciplinare in modo più rigoroso l’attività delle aziende di credito e impedire deviazioni verso forme di speculazione che danneggiano i risparmiatori e l’economia nazionale. Sarebbe necessario, ad esempio, imporre il divieto di vendere titoli propri, prassi che provoca clamorosi conflitti di interesse e che espone i depositanti ad abusi gravissimi con danni patrimoniali di grande rilevanza.
Se fossero state in vigore queste norme non sarebbero stati possibili né il caso Banca Etruria, né il caso delle banche venete che hanno provocato perdite pesanti alla clientela, e hanno rischiato di innescare una crisi dell’intero settore creditizio, crisi evitata con l’impiego di ingenti risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per irrobustire il sistema produttivo del Paese.
L’abolizione della banca universale non è la panacea di tutti i mali, ma sicuramente è un passaggio importante per riportare il sistema bancario al suo ruolo di polmone finanziario dell’economia, condizione indispensabile anche se non sufficiente, per avviare un vero sviluppo che vada al di là dei decimali di punto che, ormai da molti anni, rappresentano il livello massimo di crescita del nostro sistema economico.