GOVERNO E LEGISLATURA A RISCHIO DOPO LA SENTENZA MEDIASET

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Non ho letto su nessun quotidiano, tra i molti commenti che – in Italia e nel mondo – hanno seguito la sentenza della corte di Cassazione, una considerazione elementare suggerita dalle conseguenze del giudizio di ieri sera: nel nostro paese abbiamo oggi tre partiti quasi equivalenti sul piano della forza parlamentare, il Partito democratico, il Movimento Cinque Stelle e il Popolo della Libertà. Il secondo e il terzo sono guidati da Grillo e da Berlusconi ed entrambi, per la propria condizione personale, non possono essere né candidati né eletti nelle prossime elezioni politiche che – in questa situazione – tendono a diventare più vicine. Non è certo che il governo Letta cada per la sentenza di Roma ma le dichiarazioni del reggente Epifani e, al contrario, quelle di Berlusconi – durissime sul comportamento dei giudici -disegnano obbiettivamente un ‘alleanza di governo meno salda di quanto possa essere stata nei mesi seguiti alle elezioni del 24-25 febbraio. Sarà  il caso di prenderne atto in maniera più chiara di quanto sia avvenuto fino a questo momento e fare qualche ipotesi, sia pure cauta, su quello che potrà succedere dopo quella che è stata – senza dubbio – una sconfitta giudiziaria di non poco conto per l’imprenditore di Arcore (non potremo, a quanto pare, dopo l’esecuzione della sentenza, chiamarlo ancora cavaliere). Un mio collega e amico di Genova, Antonio Gibelli, che ha pubblicato nel 2010 mentre io davo alle stampe il “Populismo autoritario” presso Baldini Castoldi e Dalai, un saggio su “Berlusconi passato alla storia” con l’editore Donzelli ha dichiarato al “Corriere della Sera” che prevede una presenza ancora forte di Berlusconi nella politica italiana e che la sua idea di “destra non moderata” è quella che si è affermata in Italia nell’ultimo ventennio, mentre i due leader che hanno cercato di veicolare un’altra immagine di destra più moderata ed europea, cioè l’ex presidente della Camera Gianfranco Fini e l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, hanno fallito, sia pure per ragioni differenti. È difficile non essere d’accordo oggi con la diagnosi di Gibelli e non concludere come lui che vede  nel leader della destra interna del PD, cioè nell’attuale sindaco di Firenze Matteo Renzi, l’unica immagine di leader che potrebbe perpetuare la politica delle larghe intese e rappresentare l’alternativa al ritornante Silvio. 

Ma ci sono altri punti su cui vale la pena di interrogarsi dopo la sentenza della Cassazione e le ipotesi sulla strategia che seguirà il centro-destra nelle prossime settimane. Il primo riguarda – come è ovvio – la durata del governo Letta. E su questo mi sembra di poter dire che l’uomo di Arcore non ha nessun interesse e alcuna convenienza a far cadere il governo nei prossimi mesi a meno che gli convenga, ma non subito, nella primavera del 2014 o contemporaneamente alle elezioni europee, andare alle elezioni politiche generali. Ma, per farlo, ha bisogno di trovare un successore che possa stare in parlamento e rappresentare al meglio la sua linea politica tesa a riproporre un’alleanza di medio o lungo periodo con il partito democratico. Il fatto è, tuttavia, che di successori – come accade sempre quando si ha a che fare con uomini o donne fatali (e noi, come è noto, ne abbiamo avuto fin troppi nella nostra storia) – non se ne intravvedono, posto che l’ ex segretario particolare, onorevole Alfano, poco lo rappresenta e altrettanto si può dire che serva poco l’esagitato economista Brunetta, e  tanto meno appare  possibile che Berlusconi spinga avanti la poco idonea Marina. E dunque a Berlusconi sembra restare, almeno per ora, soltanto la strada intrapresa da Grillo, quella di presentarsi come il garante o l’ispiratore del PDL piuttosto che come il capo assoluto e indiscusso del suo esercito.  Il secondo punto da sottolineare riguarda – come è ovvio – la strategia degli avversari, prima di tutto del partito democratico che andrà, nel prossimo autunno, a un congresso decisivo per scegliere il proprio leader dei prossimi anni e che si presenterà all’appuntamento con più di una linea politica e più candidati alla successione di Bersani. Ci saranno candidati come Cuperlo vicini almeno in passato a Massimo D’Alema ma anche come Civati che sembra lontano dai capi storici del partito o ancora come Renzi che sembra il più vicino a Veltroni e ai suoi continuatori. Non è facile prevedere l’esito del congresso democratico ma una cosa appare già chiara e Berlusconi dovrà tenerne conto adeguatamente: se il PD vorrà tenere conto di quello che è successo nelle ultime settimane e nel silenzio costante dell’elettorato diffuso, sarà difficile presentare le larghe intese come l’unica strategia del partito o quella destinata a imporsi dopo le prossime elezioni.