FRA L’ITALIA E BERLUSCONI IL PDL SCEGLIE BERLUSCONI

Vertice di Arcore
Il vertice di Arcore si è concluso come era prevedibile. Berlusconi non vuole rinunciare alla poltrona di senatore che gli è indispensabile, data la sua situazione giudiziaria.
Il comunicato finale è la prova palese che ormai il Cavaliere ha permeato del suo atteggiamento  insofferente a qualsiasi controllo di legalità tutto il PDL.
La prima frase del comunicato ufficiale stilato da Alfano è “la decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile”. Una frase che è, essa, inaccettabile e, senza alcun significato, sia sul piano logico che su quello giuridico.
La decadenza di Berlusconi deriva da una legge, votata anche dal PDL e da una sentenza passata in giudicato e che ha superato tutto il complesso iter giudiziario italiano. Berlusconi è stato oggetto di un procedimento della Procura della Repubblica di Milano, è stato rinviato a giudizio da un Giudice dell’Udienza Preliminare, è stato condannato da una Sezione del Tribunale di tre giudici, da una Corte di Appello formata da altri tre giudici e da una Sezione della Corte di Cassazione costituita da cinque giudici.
Nessuno degli organi giudicanti ha avuto dubbi sulla colpevolezza, così come non ne hanno avuto né la Procura della Repubblica di Milano, né la Procura Generale della Corte di Appello, né la Procura della Corte di Cassazione.
La condanna e la decadenza di Berlusconi derivano da una sentenza definitiva dell’ultragarantista sistema giudiziario italiano  e derivano da una procedura giudiziaria in perfetta adesione alle norme costituzionali.
Quando il Vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno che, per di più è stato anche ministro della Giustizia dichiara che la decadenza di Berlusconi è costituzionalmente inaccettabile invia un messaggio devastante che, ovviamente, sarà accolto con approvazione  e con entusiasmo da tutti i pregiudicati che scontano una condanna nelle carceri italiane i quali avranno d’ora in poi, anche essi, il diritto di contestare la legittimità delle sentenze a loro carico.
Ma la frase dimostra anche lo stato di confusione degli esponenti del PDL costretti a continue prove di fedeltà a un Capo che considera il partito una sua proprietà privata e i suoi esponenti dei semplici attuatori delle sue volontà.
Un politico che avesse potuto ragionare con la sua testa, probabilmente, avrebbe scritto “politicamente inaccettabile”. Un concetto, ovviamente, anche questo non condivisibile, ma che, almeno, aveva un senso logico.
Un concetto che, comunque, ci porrebbe fuori dal concerto delle democrazie occidentali nelle quali princìpi quali  “la legge è eguale per tutti” e “la politica non deve interferire con le sentenze della magistratura” sono princìpi consolidati del processo democratico.
Negli Stati Uniti un Presidente, Richard Nixon, fu costretto alle dimissioni solo per avere ostacolato la giustizia che stava perseguendo alcuni suoi collaboratori che avevano spiato il partito avversario. 
Nixon era stato il Presidente che aveva cambiato  il corso della storia, che aveva posto termine alla guerra in Vietnam, che aveva riaperto il dialogo fra Stati Uniti e Cina, dialogo a cui si devono i nuovi equilibri mondiali degli anni 2000. Ma tutti questi meriti non lo salvarono di fronte a una condanna. E fu il suo stesso partito, i suoi diretti collaboratori che a lui dovevano la loro nomina e la loro carriera a imporgli le dimissioni.
Fu costretto alle dimissioni anche il Vice presidente Spiro Agnew, accusato di evasione fiscale in relazione ad alcuni contributi elettorali, un reato quasi insignificante rispetto alla maxi evasione fiscale di cui era accusato il Cavaliere che, poi, prescrizione dopo prescrizione, si è ridotta ai sette milioni di euro della condanna finale.
Così come fu costretto alle dimissioni dalla CDU Helmut Kohl, il cancelliere della riunificazione per un episodio di finanziamento illecito al partito.
Ma quelli erano uomini di Stato che avevano consapevolezza del loro ruolo e delle loro responsabilità verso i cittadini che rappresentavano nelle istituzioni.
Oggi i dirigenti del PDL, messi di fronte alla scelta fra la legalità, lo Stato e Berlusconi non hanno dubbi, scelgono Berlusconi.
C’è da sperare che gli italiani si ricordino di questa scelta, anche se, come dice D’Alema, hanno simpatia per i pregiudicati.