ENRICO LETTA, UN MODERATO A PALAZZO CHIGI: PER L’OCCUPAZIONE, PER LO SVILUPPO E PER IL MEZZOGIORNO.

Enrico Letta

Il Capo dello Stato ha mantenuto l’impegno. Non era facile fare presto e bene. Ma anche se la soluzione della crisi è ancora incerta, in quanto la riserva sarà sciolta solo nel fine settimana,  l’incarico a Enrico Letta è sicuramente una buona notizia.
Napolitano ha scelto l’uomo che meglio incarna le esigenze del momento. Il presidente incaricato racchiude in sé alcune caratteristiche difficilmente riscontrabili in altri politici. E’ un “quarantenne”,  ma non è un neofita. Unisce la giovane età con l’esperienza, la preparazione di un tecnico con le capacità di ascolto di un politico. È un moderato ma ha una storia personale improntata alla coerenza che lo rende non sospettabile di  simpatie per il mondo berlusconiano.Fa politica da sempre ma non è mai stato coinvolto in beghe di partito di basso profilo.  Alle frequentazioni correntizie ha sempre preferito i centri studi e i think tank. È conosciuto e apprezzato all’estero ma non ha complessi di inferiorità verso il pensiero dominante.
Il Presidente, con la sua nomina, ha dato un chiaro segnale di innovazione senza scadere nel giovanilismo. Sarebbe stato facile nominare un politico di nuova generazione, brillante in tv e popolare fra i cittadini. Ma Napolitano ha scelto, fra i giovani, non quello che buca meglio lo schermo, ma quello che ha il curriculum più adatto al ruolo da ricoprire.
Tuttavia, la formazione del governo non sarà facile. Il presidente incaricato ha, giustamente, dichiarato che non andrà avanti ad ogni costo.
È un segnale a tutti gli interlocutori, ma soprattutto al PDL che già avanza pretese poco morigerate sia in termini di ministri, sia in termini di programma.

Sul programma, la piattaforma non può non essere quella dei saggi di Napolitano. Su questa base, se non dovesse essere possibile un’intesa più ampia, non dovrebbe essere difficile individuare  dieci punti prioritari sufficienti a coprire un arco di tempo di dodici mesi, al termine dei quali si potrebbe verificare se ci sono gli estremi per continuare.
Ma bisogna sgomberare subito il campo dagli equivoci. La situazione è difficile, le risorse sono scarse e bisogna concentrarle sui provvedimenti più utili per far ripartire l’economia reale. Non c’è spazio per spinte demagogiche e per cedimenti al populismo.
Fuor di metafora, il primo problema che il nostro Paese ha davanti è dare nuova linfa alla produzione e all’occupazione. Bisogna ridurre il cuneo fiscale, sostenere i settori produttivi e rilanciare la competitività delle aziende. E riavviare la politica per il Mezzogiorno utilizzando tutti i fondi europei disponibili e stanziando le risorse nazionali necessarie per il cofinanziamento, senza trucchi e senza dirottamenti delle risorse per finalità anomale, quale, ad esempio, pagare le multe sulle quote latte al posto dei soliti noti, come successo in passato.
In tal modo si invertirebbe il trend negativo del PIL, si allenterebbero le tensioni sociali e si darebbe un segnale positivo ai mercati che imputano all’Italia proprio la debolezza delle prospettive di sviluppo. Ovviamente, ci sarebbe un effetto positivo anche sugli indicatori debito/pil e deficit/pil, in quanto l’aumento del denominatore ridurrebbe automaticamente il valore dei rapporti.
Funzionali a questo discorso sono lo stop all’aumento dell’IVA, la decontribuzione e la defiscalizzazione degli aumenti salariali agganciati alla produttività, la esenzione da ogni imposta per chi crea nuova occupazione, la abolizione dell’IRAP, o almeno della quota di IRAP collegata al costo del lavoro che è una imposta senza senso in un paese ad elevata disoccupazione.
L’IMU, che tutti vorremmo abolire perché è una tassa sulla proprietà e non sul reddito, viene dopo e richiede una complessa opera per reperire le risorse necessarie, in quanto non è direttamente funzionale a questo discorso.
Certo, abolire l’IMU è una proposta popolare. Ma se qualcuno spiegasse ai cittadini che le risorse necessarie allo scopo – se destinate a ridurre le tasse sul lavoro  – potrebbero contribuire a una modifica del modello di sviluppo con centinaia di migliaia di occupati aggiuntivi, tantissimi accetterebbero di pagare senza protestare, purché, ovviamente, i risultati sul fronte occupazione fossero palesi e incontrovertibili.
Diverso è il discorso della rimodulazione, che si può fare subito e che va fatta subito, ma deve riguardare tutta l’imposta, non solo quella relativa alla prima casa. L’IMU prima casa è uno slogan elettorale. Le aliquote pesanti, che incidono negativamente sulla economia, sono quelle sulle seconde case e sulle aziende. E il governo deve pensare all’economia non può essere uno strumento per pagare le cambiali elettorali del candidato Berlusconi.
Bisogna, inoltre, aggredire direttamente il debito con un programma straordinario di valorizzazione e/o di alienazione del patrimonio pubblico e bisogna avviare con serietà la lotta all’evasione fiscale, senza disperdere risorse per perseguire il commerciante che non rilascia lo scontrino per le caramelle, oppure per operazioni di immagine tipo Cortina che sicuramente sono costate molto di più di quanto hanno reso in  termini di recupero di gettito.
Sui ministri, il criterio è molto semplice. Servono persone autorevoli, competenti, consapevoli del ruolo e delle responsabilità di fronte al popolo italiano, convinte di dover operare al servizio dei cittadini per superare la congiuntura avversa, capaci di adottare, se necessario, decisioni impopolari e di dire no a capibastone e capipartito se dovessero avanzare proposte o richieste in contrasto con l’interesse generale.
La situazione è al limite. Tutti devono avere ben chiaro che né il governo, né il Parlamento possono più permettersi di approvare una delibera quale quella che sancì che Ruby era la nipote di Mubarak.
Un‘ultima considerazione. Fra le priorità del governo ci sarà sicuramente la richiesta alla UE di passare a politiche anticicliche che sono nell’interesse di tutte le nazioni, non esclusa la Germania.
Ma, quando Schaeuble dice che il problema dell’Italia è ridurre il divario fra Nord e Sud, non possiamo non riconoscere che ha ragione. Ed è molto grave che un suggerimento del genere debba venire dalla Germania, dopo che i governi italiani di centro destra, senza distinzione fra PDL, Lega e Monti, hanno cancellato le politiche per il Mezzogiorno.
Da Enrico Letta ci attendiamo un cambiamento radicale di linea su questo fronte.