ELEZIONI EUROPEE SUB IUDICE .”ITALICUM” DA RIVEDERE. DECIDERÀ LA CORTE COSTITUZIONALE

Corte costituzionale
Il rinvio alla Corte Costituzionale della legge elettorale per il Parlamento europeo è una buona notizia per la democrazia.
La soglia di sbarramento al 4 per cento per l’Assemblea di Strasburgo fu introdotta da una legge del 2009, con l’accordo di tutti i partiti che in quel momento erano convinti di poter superare facilmente la percentuale fissata.
Nel solco del metodo Calderoli, l’unico elemento che ha ispirato la stesura della legge è stato, proprio, la conciliazione degli interessi delle formazioni politiche partecipanti all’accordo senza alcuna preoccupazione per i principi costituzionali cui dovrebbero ispirarsi i sistemi  di voto.
Le soglie elettorali, ovviamente, non sono antidemocratiche, ma richiedono una motivazione costituzionalmente sostenibile in quanto sono una deroga al principio fondamentale dell’uguaglianza del voto. Principio che ammette limitazioni purché, però, siano giustificate in nome di valori che siano anche essi di rango costituzionale quale, ad esempio, la governabilità. Che, però, è difficile invocare in questo caso, dal momento che, a livello europeo, non c’è un governo.
In conclusione, è molto difficile che la Corte Costituzionale possa confermare la legittimità di una legge che è stata scritta palesemente per tutelare interessi di alcuni partiti in violazione di un principio fondamentale che è l’essenza stessa della democrazia.
D’altronde, la soglia è stata già abrogata dalla Corte Costituzionale tedesca, pur essendo la Germania uno Stato che ha, dalla fondazione, uno sbarramento del 5 per cento per il Parlamento nazionale. E il precedente peserà inevitabilmente anche sull’orientamento della Consulta.
Più difficile è prevedere l’effetto immediato sulle elezioni del 25 maggio, dal momento che sicuramente la pronuncia avverrà in un momento successivo alla data del voto.
Tuttavia le ripercussioni più profonde dell’ordinanza del Tribunale di Venezia non saranno sulle elezioni europee, bensì sulla legge elettorale nazionale.
Da Venezia giunge un monito. Il giudizio sul Porcellum ha fissato un iter giurisdizionale. D’ora in poi tutte le leggi elettorali dovranno passare al vaglio della Consulta. Il Parlamento non può decidere le  regole elettorali in modo arbitrario. Le norme della nostra Carta fondamentale non possono essere disattese, soprattutto in una materia così delicata come quella della rappresentanza politica.
La sentenza che ha mutilato la legge Calderoli non ha prefigurato, né avrebbe potuto, il nuovo sistema elettorale.
Ma la riforma dovrà essere rispettosa dei principi costituzionali e dettare regole che abbiano una loro intrinseca razionalità.
L’Italia ha bisogno di una normativa che non sia il frutto di discutibili “do ut des”  o di scenari di voto più o meno plausibili, ma di scelte coerenti, ispirate ai valori di democrazia e che ristabiliscano un rapporto di fiducia e di sintonia fra rappresentanti e rappresentati.  
In tale contesto, la strada maestra é individuare il sistema più adatto al quadro politico e alle esigenze del nostro Paese, avendo cura di salvaguardare l’organicità della scelta, senza deviazioni e compromessi di basso profilo volti ad accontentare questa o quella forza politica.
Ad esempio si  potrà optare per il maggioritario con collegi uninominali o per il proporzionale con circoscrizioni plurinominali, ma sapendo bene che il proporzionale comporta obbligatoriamente le preferenze.
Altro punto ineludibile. Se è previsto il ballottaggio, la percentuale per evitarlo deve essere molto vicina al 50 per cento, in quanto sarebbe contrario alla ragionevolezza attribuire in modo artificioso la vittoria a una minoranza quando, con il secondo turno, si potrebbe affidare, in via diretta e immediata, al corpo elettorale il potere di scegliere il governo senza alcun sacrificio della rappresentatività.
Può essere legittimo non riconoscere alcuna presenza in Parlamento a minoranze trascurabili, ma è discutibile  – e, oltre certi livelli, sicuramente illegittimo – configurare uno scenario in cui siano presenti  partiti ed elettori di serie B, che concorrano con i loro suffragi al successo della coalizione vincente, pur essendo esclusi dalla ripartizione dei seggi.
In questo caso si verificherebbe una palese anomalia in quanto i voti di un partito si trasformerebbero in parlamentari di un partito diverso. Il che potrebbe essere tollerabile, anche se è una distorsione della volontà popolare, se si trattasse di un fatto marginale, ma lo sarebbe molto meno se fosse determinante ai fini del risultato elettorale.
Le soglie possono anche essere diversificate ma devono rispondere a una coerenza intrinseca. Non vanno individuate pensando all’interesse di un partito o di una coalizione ma ricercando quelle che siano più idonee a conciliare i principi di rappresentatività e di governabilità, ai quali qualunque sistema elettorale deve ispirarsi.
Fortunatamente l’Italicum è ancora in discussione. La legge uscita dalla Camera dei Deputati si basa su un impianto generale condivisibile ma contiene alcune previsioni che sono in contrasto stridente con l’art. 48 della Costituzione e presentano profili di illegittimità più gravi dello stesso Porcellum. 
È da sperare che la decisione del Tribunale di Venezia induca il Senato a meditare in modo più approfondito sulle norme da approvare.