DOPO LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO SI VA VERSO UNA LEGISLATURA COSTITUENTE

Nello Formisano

Una delle peggiori crisi della storia della repubblica si è chiusa con una soluzione di alto livello.
La rielezione di Giorgio Napolitano, non solo riconferma al Quirinale l’uomo politico più popolare in Italia e più stimato dalle cancellerie di tutto il mondo, ma gli conferisce  un prestigio ancora maggiore che potrebbe consentirgli nel secondo mandato di affrontare quei problemi strutturali delle istituzioni e del sistema economico che affliggono da almeno venti anni il nostro Paese e lo hanno portato sulla via del declino.
La elezione pressoché plebiscitaria  di Napolitano (il mancato consenso dei grillini non ha grande rilievo perché la delegazione dei 5 Stelle aveva come unico obiettivo “il tanto peggio, tanto meglio”) depotenzia anche il problema del governo e delle possibili coalizioni.
Nessuno, infatti, potrà rifiutare una proposta per un Esecutivo di scopo o di programma o del Presidente, che venga dal riconfermato Capo dello Stato e che, inevitabilmente, costringerà a forme di coabitazione fra i partiti presenti in Parlamento, interessati a un discorso costruttivo.
Sulle forme di tale coabitazione si potranno studiare le soluzioni più idonee ma la gravità della crisi e i pericoli corsi sono stati tali che non è ipotizzabile un diniego pregiudiziale di affrontare la prova del governo, diniego che il Paese non capirebbe e che potrebbe provocare conseguenze ancora più gravi sul piano dell’economia e delle istituzioni.
E, con buona pace di Grillo, non si tratterà di inciucio ma di senso di responsabilità per affrontare senza indugio i problemi del Paese
Anche perché, l’autorevolezza del Presidente non consentirà a nessuno di condizionare a fini di parte o, addirittura personali, le scelte del governo o di usare la propria influenza e i propri voti per operazioni di basso profilo contro i valori della costituzione e contro gli interessi del popolo italiano.

Nel merito le soluzioni ci sono già, sia pure per linee generali: sono le relazioni dei due gruppi di lavoro depositate qualche settimana fa nelle mani di Napolitano e che costituiranno sicuramente l’ossatura del programma del nuovo governo.
Un programma che, ovviamente, va implementato e arricchito (mancano, ad esempio, una analisi approfondita e proposte adeguate per il Mezzogiorno, oggi essenziale per consentire alla economia nazionale di ripartire) ma che è, senza ombra di dubbio, un piano di lavoro ad ampio spettro che può rappresentare un nuovo inizio per l’Italia.
Certo, il nuovo Esecutivo dovrà essere un Esecutivo di cambiamento, dovrà avere priorità ben precise, profondamente diverse da quelle dei governi che lo hanno preceduto. Dovrà cominciare dai problemi dell’economia reale, dalle difficoltà di migliaia di imprese strette nella morsa della recessione, dai disoccupati, dagli esodati, dai settori produttivi, dalla esigenza di una vera politica industriale che manca da almeno dodici anni, con la breve parentesi del governo Prodi. Una politica che rilanci la competitività e la produttività delle nostre aziende e che, senza mettere in discussione il risanamento, riavvii lo sviluppo economico.
Un governo che dovrà tenere conto anche delle istanze dei cittadini che hanno votato 5 Stelle, al di là della rappresentazione folkloristica che di quelle istanze danno Grillo e i suoi improbabili cittadini parlamentari.
Sul piano istituzionale, con la rielezione di Napolitano la democrazia italiana è entrata in una nuova fase nella quale il baricentro del potere si è spostato e si sposterà sempre di più verso il Quirinale.
È una constatazione molto importante soprattutto perché la XVII legislatura si avvia a diventare una legislatura costituente nella quale si dovranno affrontare gli annosi problemi che ingessano l’azione di governo.
Si dovrà cominciare dalla legge elettorale, tacciata apertamente di illegittimità dal Presidente della Corte Costituzionale, e che, dobbiamo sempre ricordarlo, fu voluta dal governo Berlusconi e dal centrodestra deliberatamente per impedire alla coalizione guidata da Prodi, di cui si prevedeva la vittoria, di riuscire a governare. La famosa “porcata” di cui Calderoli si è vantato pubblicamente.
Ma si dovrà andare oltre, rivedendo le funzioni di esecutivo e legislativo, diversificando le attribuzioni delle due Camere, ridando efficienza alla giustizia, abolendo o modificando le istituzioni superate, rivitalizzando gli strumenti di democrazia diretta, e tenendo conto del nuovo ruolo che la Presidenza della Repubblica ha assunto nell’equilibrio fra i poteri.
La protesta  trae alimento dalla inefficienza dello Stato e dai guasti che tale inefficienza provoca al sistema economico.
Ripartire dalla riforma dello Stato è un dovere. La rielezione del Presidente Napolitano è un eccellente viatico a tal fine e compensa ampiamente la pessima prova che ha dato il Parlamento in questi primi due mesi di vita.