DISOCCUPAZIONE A LIVELLI RECORD. NECESSARIE RISPOSTE URGENTI SU STAFFETTA GENERAZIONALE E PREPENSIONAMENTI

Enrico Letta
Gli appelli, o le contestazioni, che hanno coinvolto il Capo dello Stato in visita a Bari dimostrano ancora una volta che la tensione sociale è altissima e che l’urgenza primaria con la quale deve confrontarsi il governo sono i provvedimenti contro la disoccupazione. 
Provvedimenti che, data la situazione, devono essere tali da produrre risultati nell’immediato, onde evitare imprevedibili esplosioni di rabbia popolare. Nell’immediato significa entro pochi mesi, non a fine 2014 o nel 2015, sia perché l’urgenza é adesso, sia perché la credibilità della politica è ai livelli più bassi della storia e nessuno darebbe credito a impegni i cui risultati dovessero maturare in un incerto futuro.
Quindi, non soccorrono, né la probabile uscita dalla recessione che, peraltro, data la modestia della futura ripresa, non avrà probabilmente riflessi sull’occupazione, né eventuali modifiche dello Statuto dei lavoratori e delle altre leggi che regolamentano il rapporto di lavoro, visto che tutte le innovazioni già approvate in materia, ultima la riforma dell’art. 18, non hanno prodotto alcun risultato.
Gli italiani chiedono al governo di affrontare con determinazione il problema del lavoro che è, ormai, unanimemente considerato l’emergenza più grave del Paese.
Ed è proprio sulla capacità di affrontare questo dramma che colpisce tutte le famiglie, che l’Esecutivo si giocherà il proprio futuro. Al di là delle schermaglie sulle questioni più politiche quali la decadenza di Berlusconi, o la nuova legge elettorale che, ormai, non appassionano più nessuno e provocano, anzi, solo un moto di fastidio nella pubblica opinione. 
La cosa inspiegabile è che Letta e i ministri competenti avevano mostrato, all’atto dall’insediamento, di avere le idee chiare su come muoversi.
La staffetta generazionale, i prepensionamenti degli statali e dei dipendenti privati, il part time pensionistico erano state idee innovative avanzate proprio dal Presidente del Consiglio e dai ministri competenti e avevano fatto breccia anche a livello parlamentare. Ricordiamo che la mozione del Centro Democratico di fine giugno sul tema era stata approvata a larghissima maggioranza dalla Camera con il parere favorevole dell’Esecutivo.
Si é parlato, ancora alla fine di agosto, di un pensionamento anticipato, su base volontaria, di duecentomila statali. Il che avrebbe comportato, come naturale completamento dell’operazione, un parziale turn over con decine di migliaia di neo assunti.
Il tutto con un significativo risparmio per le casse dello Stato, dal momento che un lavoratore anziano costa, in media, secondo calcoli prudenziali, almeno il doppio di un neo assunto e che un pensionato comporta un onere più contenuto di un dipendente a tempo pieno.
Si sarebbe trattato di un primo intervento concreto sul fronte della occupazione giovanile che avrebbe avuto un impatto favorevole anche sui consumi, contribuendo, tra l’altro, ad irrobustire la incipiente, ma troppo timida, ripresa prevista per i prossimi mesi.
Appare inspiegabile la frenata registrata nelle ultime settimane che ha bloccato iniziative forti in questo campo allo studio fin dalla fase di avvio di questo governo.
Certo, c’è stata la reazione scomposta di qualche esponente sindacale; sono apparsi articoli critici di accademici pseudo liberali, prigionieri di una visione schematica della politica economica, che su un rigore ottuso e avulso dalla realtà hanno conquistato una autorevolezza immeritata; si sono scatenate le solite beghe da cortile fra i partiti alla ricerca di vantaggi per il proprio elettorato di riferimento.
Ma, un governo che voglia fare qualcosa di concreto per l’Italia e per i cittadini non può fermarsi di fronte a questi ostacoli.
L’ISTAT ha certificato che in Italia ci sono sei milioni di disoccupati. Nella realtà, fra disoccupati tradizionali, scoraggiati, finte partite IVA, ragazzi forzati a  continuare negli studi perché privi di prospettive serie di ordine lavorativo, i senza lavoro sono molti di più.
Il governo ha il dovere di intervenire. E di intervenire con l’urgenza e con l’ampiezza di strumenti che la gravità della situazione richiede.
L’inazione non paga. È deleteria sul piano politico e su quello economico e potrebbe provocare pesanti conseguenze sul fronte della tenuta sociale del Paese.