CONTRO LE MAFIE DECISIVO L’IMPEGNO DELLA SOCIETÀ CIVILE

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

È ormai noto a chi si occupa delle mafie italiane, insegnando all’Università proprio di questi problemi, o scrivendone su qualche giornale, che il paese di San Luca e altri sull’Aspromonte sono al centro di quella che è diventata nel mondo, per conoscenza comune, la più grande associazione mafiosa italiana, la ‘Ndrangheta calabrese. Ebbene, avendo presente una simile condizione, si è svolta il due giugno una riunione di cui vale la pena parlare: una sorta di assemblea della associazione “Liberi di ricominciare” che ha riunito in quella cittadina alcuni amministratori dei paesi calabresi infiltrati dalle cosche ‘ndranghetiste.
Il presidente dell’associazione ha detto testualmente: Si colpiscono i cattivi ma anche i buoni. I cittadini non devono pagare le colpe di chi ha peccato.” Nessuno ha parlato di ‘ndrangheta,  parola che gli intervenuti al dibattito si sono accuratamente guardati dal pronunciare. 
E un consigliere provinciale del centro-destra ha detto in maniera esplicita, battendosi contro l’attuale legge per lo scioglimento dei consigli comunali, approvata alla fine degli anni novanta: “Preferisco dieci delinquenti fuori che un innocente in carcere.” La verità è che quella legge è tra le poche efficaci per combattere la mafia a livello delle piccole comunità sparse nella penisola e la prova della sua efficacia è data dal fatto che sempre di più viene applicata in tutto il paese, dal sud al nord. 

Basti pensare che è la Campania della camorra e del clan dei casalesi che vanta il record nazionale dello scioglimento dei comuni con 67 consigli comunali sciolti di cui dieci soltanto l’anno scorso e che la Sicilia è la seconda con 60 commissariamenti.
Ma al centro nord un provvedimento come questo che in un primo momento appariva come inapplicabile è intervenuto sei volti negli ultimi anni.
La prima volta è stato applicato a Bardonecchia, un paese quasi al confine della penisola, nel 1995 e poi altri scioglimenti a Nettuno, nel Lazio, nel 2005, ad Imperia e Ventimiglia in Liguria, nel 2011 e nel 2012, a Leinì e Rivarolo Canavese, in Piemonte nel 2012.
Sempre l’anno scorso è stato sciolto per la prima volta il consiglio comunale di un capoluogo di provincia, Reggio Calabria. E nel 2012 il record è di nuovo in Campania dove sono stati sciolti diciassette consigli comunali con la provincia di Caserta bersagliata in maniera particolare per la capacità del potente clan dei casalesi di infiltrare le pubbliche amministrazioni di molti comuni del circondario.
L’attacco portato nell’assemblea di San Luca appare particolarmente pericoloso perché va incontro a quella vita politica a livello locale particolarmente importante per partiti come quelli attuali  che, proprio a livello locale, scelgono i candidati per la carriera politica delle nuove generazioni  e nei paesi li sperimentano e li mettono alla prova prima di lanciarli nelle sfide più difficili. Gli  scioglimenti dei consigli comunali interrompono quel rapporto che proprio lì si crea per la prima volta tra la politica e le associazioni mafiose in attesa di sperimentarsi successivamente a livello regionale e nazionale.
Di qui la necessità per le mafie di attaccare il provvedimento che, come la confisca dei beni approvata in Italia nello stesso periodo, prima del grande freddo intervenuto con il trionfo del populismo berlusconiano, contribuisce a cercare di scontrare alla base l’antica coabitazione tra mafia e politica. Per questo l’assemblea di San Luca non si può sottovalutare e colpisce il fatto che soltanto un giornale ne abbia parlato mentre i canali televisivi, come spesso accade, hanno fatto finta di niente.