CONCERTAZIONE, UNICA STRADA PER RIAVVIARE LO SVILUPPO

Giorgio Benvenuto

di Giorgio Benvenuto

La crisi che l’Italia sta attraversando è una crisi economica, ma, anche, nel contempo,  una crisi sociale e una crisi politica.
C’è una divaricazione sempre più profonda non fra classe politica e società civile, come si dice in modo superficiale e qualunquistico, ma fra l’intera classe dirigente e il popolo.
Da un lato ci sono i politici, la grande finanza, le multinazionali, alcuni grand commis al servizio delle élites più che dello Stato, dall’altro la massa dei cittadini sempre più poveri, sempre più impotenti, sempre più indifesi.
L’unica maniera di uscire da questa situazione e di riprendere la via della crescita produttiva e occupazionale  è mettere insieme le forze, darsi un obiettivo comune in un quadro di partecipazione. Ma per fare questo bisogna riattivare il dialogo con le parti sociali. È l’unica strada per riuscire a mettere a punto soluzioni che reggano al controllo delle tante giurisdizioni di questo Paese. Non ci sono alternative alla concertazione: solo attraverso quello strumento si può pensare di contrapporsi al peso delle caste, delle lobby; solo per quella strada si può evitare la ripetizione degli errori clamorosi commessi nella vicenda degli “esodati”.
La crisi ha accentuato le disuguaglianze (il 10 per cento degli italiani detiene il 45,9 per cento della ricchezza, un altro dieci per cento, quello in fondo alla scala non arriva al 9,4), ha aumentato la povertà (ormai tre italiani su dieci corrono su quella soglia di rischio): sono segnali di debolezza,  ma sembra quasi che tutto questo non interessi.
Oggettivamente il governo dei tecnici è apparso indifferente rispetto ai problemi reali delle persone. La stessa “leggerezza” con la quale l’argomento delle pensioni è stato trattato lo dimostra e non a caso oggi sono proprio i pensionati a correre il rischio di scendere sotto la soglia della povertà. 

Le pensioni in questi anni sono state letteralmente massacrate. Prima è stata abolita la rivalutazione legata alle dinamiche contrattuali, un intervento che risale al 1992. Poi si è provveduto a sospendere l’80 per cento dell’aggiornamento maturato per via dell’inflazione, una indicizzazione che ha retto solo per le pensioni più basse, quelle sociali. Quindi le pensioni sono state sottoposte a un sistema di tassazione estremamente elevato, decisamente più alto di quello che incombe sui guadagni finanziari. Tutte le soluzioni di alleggerimento fiscale escludono i pensionati. Gravano su di loro le imposte legate alla proprietà, le addizionali Irpef, quelle sui beni di consumo (l’incremento dell’Iva). L’Imu per i pensionati ha avuto l’effetto di un vero e proprio salasso. Possiamo stupirci se tanti pensionati sono progressivamente scivolati verso la soglia di povertà e alcuni l’hanno pure varcata? Qual è la conseguenza di questa situazione? Per puntellare in qualche maniera bilanci familiari traballanti i pensionati lavorano. In nero. Risultato: i giovani trovano solo occupazioni precarie di bassa qualità, gli anziani dotati di esperienza lavorano senza pagare le tasse. Una quadratura del cerchio più imperfetta non potrebbe esistere. 
I tecnici sono importanti per la politica, per il sindacato. Però, non si può consegnare tutto nelle loro mani, non possono essere i destinatari di una delega senza limiti. Se un paese si potesse governare solo attraverso i tecnici, allora si potrebbe fare a meno dei partiti, dei sindacati, di tutte le forze sociali, in una sola parola: della democrazia.
Il tecnico vede i numeri, il politico deve vedere le persone. La storia degli “esodati” da questo punto di vista è emblematica. Non è il numero che fa il problema, ma la gravità delle sue conseguenze umane. Diversi lavoratori con accordi precisi avevano concordato la loro uscita dal posto di lavoro. Non lo avevano chiesto loro, non avevano in maniera illegittima conquistato un diritto, non avevano estorto qualcosa, minacciato qualcuno a mano armata. Era una soluzione concordata, realizzata sulla base di norme vigenti. E’ stata improvvisamente cancellata.
Il Governo dei tecnici aveva creato molte aspettative. Ha operato bene all’inizio. Via via ha imboccato una strada sbagliata. Molto autolesionismo. E’ scomparsa dall’Agenda l’equità, si è rinviato lo sviluppo, il risanamento rischia di essere effimero.
“La persona istruita è fiera della sua conoscenza di nomi e di date, non quella di uomini e cose. Non pensa e non si interessa ai suoi vicini di casa, ma è al corrente degli usi e dei costumi della tribù e delle caste degli indù e dei tartari calmucchi. Riesce appena a trovare la via vicina alla sua, benché conosca le dimensioni esatte di Costantinopoli e di Pechino. Non è ancora riuscita a capire se il suo più vecchio conoscente è un mascalzone o uno sciocco, ma sa tenere una pomposa conferenza su tutti i principali personaggi della storia. Non sa dire se un soggetto è nero o bianco, tondo o quadrato, ma sa a menadito le leggi dell’ottica e le regole della prospettiva. Conosce le cose di cui parla, come un cieco i colori”. Parole profetiche che William Hazlitt scriveva nel suo libro “Sull’ignoranza delle persone colte” e altri saggi. Giudizi che ben si adattano a descrivere alcuni dei componenti del Governo “tecnico” che ha diretto il paese in questo scorcio di legislatura.
Giudizi che fanno riflettere. L’auspicio è che la politica, la buona politica, torni, con l’ausilio dei tecnici e con la collaborazione delle forze economiche e sociali (la concertazione), a realizzare riforme capaci di ricreare le condizioni dello sviluppo rafforzando con l’equità la coesione di tutte le istituzioni.