CASO MORO: DOPO 35 ANNI RIMANGONO I MISTERI

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

Era fatale che nei giorni intorno al nove maggio,a 35 anni esatti dall’assassinio di Aldo Moro gli italiani (o meglio alcuni di loro) ricordassero la tragedia politica centrale della repubblica e cercassero di capire come era potuto succedere e quale era il significato della storia.
In questo senso il libro, appena uscito con le edizioni New Compton di Ferdinando Imposimato I 55 giorni che cambiarono la storia d’Italia  che attribuisce alla CIA ma, contemporaneamente, al KGB sovietico l’ordine di uccidere lo statista democristiano e che riprende accentuandola una tesi già sostenuta dall’autore, nel libro di qualche anno fa Doveva morire pubblicato da Chiare Lettere, esprime una tesi per molti aspetti ragionevole sull’ostilità di ambedue le superpotenze della  guerra fredda per un tentativo come quello di Aldo Moro che prevedeva la collaborazione indispensabile tra la DC e il PCI proprio per fondare la necessaria alternanza di governo tra quelle che erano allora le forze maggiori del sistema politico italiano. I documenti citati da Imposimato sono significativi ma appaiono – come è ovvio – segnali squilibrati tra la partecipazione attiva degli americani, segnalata persino dalla posizione aperta di Kissinger contro Moro, e l’atteggiamento, più ambiguo e segreto, dei sovietici.
Ma si può dire che è probabile che una forma di collaborazione, sia pure indiretta, ci sia stata tra Washington e Mosca in quei giorni oscuri del duello russo-americano. 

Accanto a questo punto che, con tutta evidenza, è importante per andare avanti nella ricerca dell’interrogativo di fondo del dramma: chi furono i mandanti del rapimento e del delitto dei terroristi?  emergono anche altre domande che riguardano l’altro aspetto misterioso del rapimento. Fu via Montalcini l’unica prigione di Moro o fu un’altra vicina al mare come già allora si disse e specificamente in una zona che non era Ostia, ma una spiaggia del litorale tirrenico compresa tra il settore di Focene e Marina di Palidoro in provincia di Roma?
L’ipotesi, ripresa ora  da un giornalista che conserva l’anonimo, poggia su due elementi e a contrario sulla risposta confusa,  impacciata e poco precisa dei brigatisti, e in particolare di Adriana Faranda, interrogati dalla Commissione Stragipresieduta da Giovanni Pellegrino nel 1998.
Il primo aspetto sembra a chi scrive più importante. L’anonimo giornalista, che ha lasciato la sua memoria al gruppo Espresso-Repubblica, scrive:” Secondo quanto riporta il frontespizio della relazione allegata all’autopsia di Moro, il corpo del presidente della DC venne esaminato dai periti lo stesso giorno del ritrovamento, il 9 maggio alle 19.
Il linguaggio è tecnico, freddo, medico. Viene descritta la posizione dell’onorevole Moro al momento del ritrovamento, catalogati i vestiti che indossava, descritti i fori di proiettile e le evidenze relative all’orario della morte: a tarda sera – in quel tragico 9 maggio – il corpo dell’onorevole Moro non è ancora rigido ed era “possibile una lievemobilità delle articolazioni”. E una testimonianza racconta che quando venne ritrovato i periti che esaminarono il cadavere videro che era “abbronzato” ma nel verbale che è rimasto la notazione è assente. Così come apparivano i muscoli: in buono stato, ben lontani da quelli che ci si aspetterebbe in un uomo rinchiuso in una piccola stanza per 55 giorni.
E se il dato dell’abbronzatura è particolare, a colpire è anche la relazione geologica sui sedimenti, sui frammenti e sui resti erbacei del presidente della Democrazia Cristiana. La perizia spiega come il prigioniero venne tenuto – per tutta o per un periodo della prigionia – nella zona del litorale laziale tra Focene Nord e Marina di Palidoro.
Raccontano ancora i periti: “Nel risvolto  sinistro del pantalone dell’onorevole Moro è stato ritrovato un elemento vegetale spinoso del diametro di circa 15 millimetri e di lunghezza di 13-14 millimetri comprese le spine. È classificabile come capolino immaturo di Centaurea Aspera che nello stato in cui è stato repertato si presentava ancora non sbocciato. La formazione del capolino doveva essere avvenuta non più di dieci – quindici giorni prima che venisse raccolta dal pantalone dell’onorevole Moro. Ma c’è di più: “Sembrerebbe che il capolino di Centaurea sia stato raccolto nella stessa area e, presumibilmente, nello stesso periodo in cui la sabbia è stata raccolta nel risvolto dei pantaloni dell’on.Moro.”
Sul parafango e sulle scarpe dell’onorevole Aldo Moro, inoltre, venne ritrovato del bitume, tipico delle zone costiere.
Cercarono campioni di bitume e verificarono che “lo stato di freschezza osservato nei primi giorni di esame, indicherebbe che il bitume ha aderito alla suola della scarpa nei giorni immediatamente precedenti al ritrovamento del cadavere.
Inoltre colui che indossava la scarpa in oggetto, non ha camminato a lungo  dopo che il bitume ha aderito alla suola delle scarpe….la sabbia è riferibile come provenienza da un’area di spiaggia del litorale tirrenico compresa tra il settore di Focene e Marina di Palidoro.”
Su un punto di fatto come questo mancano ancora le certezze dopo inchieste e processi seguite ai fatti. Come mancano sui mandanti.
E’ possibile che in queste condizioni il governo e il parlamento attuali difendano ancora a tutti i costi quel segreto di Stato che impedisce agli studiosi di fare luce sul passato? A me sembra che sia arrivato il tempo di battersi per rimuoverlo in Italia, come in tanti altri paesi a cominciare dagli Stati Uniti) si è fatto.