BOERI SBAGLIA. LA STAFFETTA GENERAZIONALE È NECESSARIA.

Nello Formisano

La staffetta generazionale rimane, a nostro avviso, uno dei punti fondamentali dei primi mesi del governo Letta perché è l’unica strada per combattere nell’immediato la disoccupazione, giunta a livelli insostenibili per la convivenza civile e tuttora in fase crescente.
Tutti gli altri provvedimenti, compresa la riduzione del cuneo contributivo fiscale, nonché quelli finalizzati all’aumento della domanda, potranno produrre, nella migliore delle ipotesi, effetti concreti nel medio periodo.
Ma l’Italia, con il 40 per cento di disoccupazione giovanile, che supera il 50 per cento nel Mezzogiorno, con punte ancora più elevate in alcune regioni, non può attendere. Anche perché non è affatto sicuro che la ripresa, una volta che sia finalmente iniziata, produca anche un incremento dei posti di lavoro.
Quindi, politicamente, non è proponibile la rinuncia all’unico strumento a disposizione per rilanciare l’occupazione nell’immediato e alleviare le disastrose prospettive delle nuove generazioni.
Ma anche sul piano tecnico la proposta del ministro Giovannini è foriera di risultati altamente positivi sia sul piano macroeconomico che su quello delle singole aziende.
Le critiche mosse in maniera pregiudiziale da alcuni tecnici, responsabili di scelte errate fatte nel passato, hanno trovato, per la prima volta, una più compiuta formulazione nell’intervento di Tito Boeri su Repubblica.
L’articolo di Boeri, in apparenza riccamente argomentato, dimostra, in realtà, gli errori di impostazione della scuola “critica” e la incapacità dei “conservatori”  di essere all’altezza delle sfide del momento.

Ma vediamo, nel dettaglio, le tesi di Boeri che, tra l’altro, ha ritenuto di interpretare, probabilmente a ragione, le posizioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che, nei giorni scorsi, ha criticato in via preventiva e in modo apodittico le misure allo studio.
Primo punto: il piano del governo italiano sarebbe discriminatorio.
Non è vero perché gli anziani non sarebbero espulsi dal mondo del lavoro contro la loro volontà,  ma incentivati ad andare via anticipatamente o a ridurre il loro impegno lavorativo con il part time. E molti sarebbero ben lieti di accettare l’una o l’altra soluzione.
Secondo punto: i lavoratori si sentono turbati perché dopo che è stato chiesto loro il sacrificio di ritardare la pensione fino a cinque anni, ora si sentono dire il contrario.
Anche in economia e in politica valgono le regole della logica. Se ritardare di cinque anni la pensione era un sacrificio, come afferma Boeri, anticipare di uno, due o tre anni  la stessa pensione è una attenuazione del sacrificio e come tale sarebbe vissuta dai lavoratori interessati.
Terzo punto: chi va in pensione più tardi non sottrae lavoro ai giovani in quanto pesa meno sul sistema previdenziale e libera risorse che potranno servire a creare nuovi posti di lavoro.
Se facciamo le due ipotesi, ci rendiamo conto di quanto questo ragionamento sia in contrasto con la realtà.
Prima ipotesi. Gli “anziani” vanno in pensione e si liberano dei posti di lavoro che necessariamente devono essere occupati da neo assunti. Quindi, l’inserimento dei giovani nel circuito lavorativo è immediato e quantificabile.
Inoltre un lavoratore prossimo alla pensione ha un costo almeno doppio rispetto a un neo assunto. Il che significa che si potrebbero assumere due persone in sostituzione di un “anziano”, oppure, in alternativa, che l’azienda o l’ente potrebbero ridurre in misura significativa il costo del lavoro. Risultato che, in prospettiva, comporterebbe maggiore competitività, Pil crescente e contributi previdenziali più elevati, con conseguente recupero dei maggiori oneri contributivi sopportati nell’immediato dal sistema previdenziale, oneri, comunque, inferiori a quelli derivanti da altre misure in gestazione che non hanno alcun impatto significativo sui processi produttivi come, ad esempio, la abolizione dell’Imu.
Seconda ipotesi. Gli anziani rimangono al lavoro fino all’ultimo giorno a tempo pieno, con i nuovi limiti di età introdotti dalla Fornero. Il mercato del lavoro rimane bloccato. i giovani non hanno alcuna opportunità, in quanto i posti di lavoro continuano a diminuire e non si sa quando il trend potrà essere invertito. Inoltre, la situazione si aggraverà per le ricadute  sfavorevoli sulla efficienza, sulla produttività e sullo sviluppo, con riflessi negativi anche sulle entrate contributive degli enti previdenziali che finirebbero con l’annullare i risparmi derivanti dallo spostamento dei limiti di età.
Non è necessario essere economisti per capire quale scenario sia preferibile per i lavoratori e per l’economia nazionale.
Quarto punto. Giovani e anziani non sono sostituibili.
È verissimo, ma è proprio per questo che è necessaria la staffetta generazionale. Ogni azienda ha bisogno, per poter funzionare al meglio, di un giusto mix di lavoratori più esperti e di lavoratori più giovani.
Il brusco aumento dell’età pensionabile che, in alcuni casi, è passata in pochi anni da 57 a 67 anni ha bloccato il turn over e impedito l’immissione annuale di nuovi elementi per assicurare il naturale ricambio delle compagini aziendali. Con effetti negativi sulla efficienza, sulla innovazione, sulla qualità dei prodotti e sulla capacità produttiva delle aziende.
Nella Pubblica Amministrazione, dove fino al 1994 si andava in pensione con diciannove anni sei mesi e un giorno (e anche meno in molti casi), il turn over è, sostanzialmente, bloccato da allora con effetti deleteri che sono sotto gli occhi di tutti.
A livello macroeconomico, poi, l’assunzione con contratti a tempo indeterminato di un numero di giovani che potrebbe superare i duecentomila avrebbe effetti altamente positivi sui consumi e, soprattutto sul mercato delle abitazioni e dei beni durevoli che, come è noto, hanno un ruolo trainante e possono rimettere in moto tutto il processo produttivo.
I tecnici possono essere molto utili se, partendo dai fenomeni reali, ricercano le soluzioni più utili, utilizzando al meglio le loro competenze.
Possono produrre risultati devastanti se, invece, pretendono di incasellare la realtà, e magari una realtà immaginata più  che effettiva, in  schemi teorici predeterminati. L’esperienza del governo  Monti è stata più che sufficiente per non avere alcuna nostalgia di tecnici della specie.