BERSANI E IL GOVERNO DELLA NON SFIDUCIA. COME ANDREOTTI NEL 1976

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La proposta di Bersani di un accordo con il Movimento 5 Stelle ha suscitato accese polemiche. Polemiche più che giustificate, considerate le distanze politiche e programmatiche fra il Partito Democratico e la formazione che fa capo a Grillo.
Però, l’idea ha un fondamento, perché dalle elezioni è uscito un Parlamento senza una maggioranza predeterminata e a situazioni eccezionali non si può non rispondere con soluzioni eccezionali.
Tra l’altro, la proposta non è nemmeno una novità nella storia dell’Italia repubblicana.
Quelli che la considerano stravagante non hanno cultura politica e non hanno memoria.
Se si torna indietro di 37 anni, al 1976, si trova un precedente famoso che, peraltro, il Presidente Napolitano visse da protagonista: il governo della “non sfiducia” di Giulio Andreotti e Enrico Berlinguer.
Ricordiamo brevemente il contesto. L’anno precedente,  nelle elezioni regionali tenute il 15 e 16 giugno 1975 il PCI aveva avuto un successo strepitoso, con il 33,46 per cento contro il 35,27 della Democrazia Cristiana. Il sorpasso sembrava imminente, anche perché la situazione economica era molto difficile e il mondo politico era colpito da inchieste devastanti.

Lo scandalo Lockheed aveva sfiorato lo stesso Presidente della Repubblica Giovanni Leone che alcuni identificavano con il fantomatico Antelope Cobbler  (ma le indagini giudiziarie non trovarono alcuna prova in tal senso e si conclusero con la condanna del ministro della Difesa, il socialdemocratico Mario Tanassi)  il personaggio che aveva incassato le tangenti del gruppo aeronautico americano. Si susseguivano gli attentati delle Brigate Rosse che prendevano di mira soprattutto i magistrati più esposti nella lotta al terrorismo, con una escalation che, due anni dopo, avrebbe portato al rapimento e alla uccisione di Aldo Moro. 
In questo clima, nel 1976, si andò alle elezioni politiche anticipate, ma il previsto sorpasso non ci fu. Il PCI ottenne un nuovo successo aumentando ancora i propri consensi e raggiungendo la cifra record del 34,37 per cento. Ma la Democrazia Cristiana, rosicchiando voti ai propri alleati, riuscì a conservare il primato con il 38,71 per cento.
Il successo del PCI e la sconfitta dei partiti intermedi a cominciare dal PSI, che era sceso per la prima volta al di sotto del 10 per cento, resero impraticabile l’ipotesi di una riedizione del governo di centrosinistra, per cui si ripiegò su un governo che fu detto della “non sfiducia”. Era un monocolore democristiano che si reggeva sulla astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale (che erano tutti i partiti presenti in Parlamento ad eccezione del MSI, secondo una  formula inventata da Ciriaco De Mita) a cominciare dal PCI di Enrico Berlinguer e che rimase in carica quasi due anni fino al marzo 1978.
Quel governo segnò l’ingresso dei comunisti nelle istituzioni. Per la prima volta il più grande partito di opposizione ottenne la presidenza della Camera. Fu eletto Pietro Ingrao a cui, poi, subentrò Nilde Iotti.
Oggi siamo in una situazione analoga. Crisi economica, scandali e assenza di una maggioranza stabile in Parlamento.
Il tentativo di Bersani ripete il copione di Andreotti dell’epoca. Non a caso, il segretario del PD ha offerto al movimento di Grillo lo stesso incarico istituzionale che fu offerto al PCI, la presidenza della Camera.
Certo, è difficile prevedere se una coabitazione sarà possibile e per quanto tempo.
Ma il tentativo andava fatto sia perché la politica è l’arte del possibile e i governi si formano sulla base dei numeri esistenti nelle Camere, sia per porre i grillini di fronte alla proprie responsabilità.
Grillo non immaginava un risultato di tali dimensioni e, probabilmente, avrebbe preferito un dato elettorale che consentisse al centrosinistra di governare e al Movimento di rimanere sull’Aventino, sparando a zero ogni giorno sulle decisioni della maggioranza.
Gli elettori sono stati più grillini di lui e ora è costretto a passare dagli slogan alle decisioni di governo.
Può uscirne facendo un passo avanti nella costruzione di un vero partito oppure buttando la palla in tribuna e provocando lo scioglimento delle Camere.
Ma anche questa è una posizione politica che va al di là delle invettive alle quali si è limitato finora. Una posizione che potrebbe non essere condivisa da tutti i suoi elettori.
Il successo comporta onori e oneri. Un elettorato del  5 per cento si può accontentare della testimonianza e di parole d’ordine ad effetto. Un elettorato del 25 per cento vuole risultati.
E tornare alle urne non è un risultato, è una fuga dalle responsabilità che non potrebbe non provocare divisioni nell’elettorato del Movimento.