BERLUSCONI IN CERCA DI UNA VIA DI USCITA. IL PDL IN CERCA DI IDENTITÀ

Silvio Berlusconi
Lo ha scritto un commentatore che è di destra fin nel midollo delle ossa, Vittorio Feltri, Berlusconi dovrebbe prendere atto della situazione e passare la mano.
La sentenza della Corte di Cassazione ha chiuso un ciclo e non c’è nessuna soluzione possibile.
Anche perché i suoi problemi sono diversi da quelli che i suoi fedelissimi stanno sbandierando in giro e che lui finge di accreditare con le indiscrezioni fatte filtrare sui giornali amici o con le interviste rilasciate ai soliti giornalisti sdraiati.
La fantomatica agibilità politica di cui parla anche Ostellino in un articolo sul Corriere non è la possibilità di continuare a fare politica o di parlare ai suoi elettori. Questi diritti non sono in discussione e non saranno ostacolati nemmeno dagli arresti domiciliari o dall’affidamento ai servizi sociali.
In realtà il Cavaliere, quando parla di agibilità politica, intende la poltrona di Senatore, non tanto per la carica in sé visto che in Senato in questi mesi non si è fatto vedere quasi mai, ma per l’immunità parlamentare. 
Perdere l’immunità significa diventare un cittadino normale, essere esposto a tutti i provvedimenti dell’autorità giudiziaria, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali alle perquisizioni domiciliari fino ad eventuali provvedimenti restrittivi della libertà personale. 
Provvedimenti dai quali non lo salverebbe nemmeno la grazia. Il vero motivo per cui Berlusconi non la chiede è proprio perché la grazia lo metterebbe al riparo dagli effetti della sentenza Mediaset, ma la sua preoccupazione sono gli altri procedimenti giudiziari, da quello Ruby a quello di Napoli sulla compravendita dei senatori a quelli in incubazione sui suoi rapporti con i testimoni dei suoi processi.
Senza lo scudo dell’immunità parlamentare questi procedimenti potrebbero prendere una piega molto pericolosa per il Cavaliere che, come ha riconosciuto Vittorio Feltri, non può fare nulla per evitare una tale evoluzione.
Napolitano ha escluso che un eventuale provvedimento presidenziale possa coprire le pene accessorie. Per cui nello spazio di pochissimi mesi il leader del PDL sarà, comunque, fuori dal Senato, anche se la melina ad opera dei suoi fedelissimi dovesse ritardare la decisione sulla decadenza in base alla legge Severino.
La speranza di trovare una via di uscita deriva solo dal fatto che dopo tanti anni nei quali é riuscito a piegare il Parlamento ai suoi problemi personali, trasformandolo in un docile strumento per le sue battaglie giudiziarie, fino alla delibera nella quale si dichiarava che Ruby era la nipote di Mubarak, Berlusconi è convinto che tutto sia possibile. 
Convinzione che i suoi consulenti alimentano con improbabili invenzioni al limite del grottesco, come quella di un Senato che chiede una pronuncia sulla costituzionalità di una legge. Una procedura senza senso in quanto un’assemblea legislativa che sia convinto della incostituzionalità di una legge, non la rinvia alla Corte Costituzionale, ma provvede a modificarla o ad abrogarla.
La cosa più grave è che il PDL ha svelato la sua vera natura di partito padronale senza una propria identità, al servizio del Capo e nel quale la questione morale non ha diritto di cittadinanza.
Tutti sapevamo che il partito non aveva vita autonoma e che era infarcito di nani e di ballerine. 
Ma il quadro che emerge è ancora più sconfortante di quanto si potesse immaginare.
Parlamentari, ministri, esponenti istituzionali sono tutti concentrati nella lotta per trarre Berlusconi fuori dai guai in cui si è cacciato, lotta inutile, peraltro, perché i guai sono solo all’inizio. 
Nessuno che sia sfiorato dal dubbio che chi ricopre incarichi pubblici ha dei doveri verso i cittadini che vanno molto al di là di un eventuale vincolo di gratitudine verso il proprio referente politico. 
Non si tratta più di etica pubblica, siamo a una concezione feudale dello Stato in cui il vassallo deve obbedienza assoluta e incondizionata. Concezione che ha contagiato tutti, anche persone che, in origine, avevano un rigore intellettuale e morale riconosciuto e indiscusso.
L’ultimo esempio è Antonio Martino, un uomo che, per la sua storia, dovrebbe essere uno dei “maître à penser” del Centrodestra,  il quale in un’intervista alla Stampa dichiara con la massima disinvoltura: ” Berlusconi sarà leader dai domiciliari, ci farà prendere un sacco di voti”.
Gaetano Martino non avrebbe mai accettato di avere un leader ai domiciliari condannato in via definitiva per evasione fiscale e in primo grado per concussione e prostituzione minorile. E non lo avrebbe mai accettato nemmeno Giovanni Malagodi.
Probabilmente avrebbe avuto grandi perplessità anche l’Antonio Martino del ’94, prima che 20 anni di berlusconismo gli facessero perdere la bussola dei parametri etici che hanno sempre caratterizzato la grande tradizione del liberalismo italiano.