BERLUSCONI ALLE CORDE. IL CENTRODESTRA VERSO NUOVI EQUILIBRI

Raffaele Fitto
Il voto del 25 maggio ha segnato un punto di non ritorno per Forza Italia. Il partito berlusconiano si avvia a un declino molto più rapido di quanto si potesse ipotizzare. Non è tanto la perdita di suffragi il fattore scatenante della crisi definitiva ma il gioco delle preferenze che ha scompaginato le gerarchie volute dall’ex Cavaliere.
Non a caso Berlusconi era il grande sostenitore delle liste bloccate. Per tenere in piedi le diverse anime del partito aveva bisogno che nessuno potesse misurarsi con il consenso elettorale. E, infatti, l’ordine partito da Arcore era che nessuno dei big doveva candidarsi alle europee. Ma, questa volta, i colonnelli hanno disobbedito. E il risultato è stato destabilizzante. Raffaele Fitto è stato di gran lunga il più votato nonostante i tentativi di boicottaggio e, ora, pretende un ruolo consono al consenso conquistato, senza tenere in conto i cerchi magici che circondano il Capo.
Certo, Fitto non mette in discussione il ruolo del leader. Ma Berlusconi sa bene che se dovesse acconsentire alle sue richieste, se dovesse accettare le primarie per i dirigenti a tutti i livelli, perderebbe il controllo del partito nel volgere di qualche mese.
Fitto, peraltro, non è uno dei tanti polli di batteria che hanno affollato la corte di Palazzo Grazioli. È un politico vero, un democristiano per tradizione familiare. È giovane ma ha già un curriculum di tutto rispetto avendo ricoperto incarichi di rilievo conquistati con la propria forza elettorale. Non deve nulla a Berlusconi. Può contare su voti veri, di cittadini fedeli a lui molto più che all’ex premier o a Forza Italia. Ha un largo seguito anche fra i parlamentari e fra i quadri presenti sul territorio. E ha davanti a sé una prateria sconfinata, con due alternative, entrambe interessanti.
Se Berlusconi cede, diventa il leader incontrastato. Riuscire a pensionare il fondatore carismatico, intento in cui avevano fallito Fini, Casini, Alfano e lo stesso Monti, gli darebbe l’autorevolezza per aspirare ad essere il punto di riferimento di tutta l’area moderata.
Se Berlusconi resiste, può abbandonare con tutti i suoi, dando il colpo finale a un partito già pesantemente indebolito dalle scissioni e dagli elettori.
Scegliere la collocazione politica giusta non sarebbe un problema per il neo parlamentare europeo. Che non avrebbe difficoltà a trovare un’intesa con Alfano e Casini, uniti dalla comune fede democristiana  e a rovesciare i rapporti di forza nel centrodestra, riducendo Forza Italia a una pattuglia di guardie del pretorio della famiglia e dell’azienda.
Berlusconi è alle corde. Gli converrebbe scendere a patti con Fitto per assicurarsi un onorevole pensionamento, quale padre nobile ma senza poteri dello schieramento moderato. I fedelissimi, però, difficilmente glielo permetteranno. Il livello dei suoi consiglieri è sceso molto di più di quanto si siano ridotti i consensi elettorali. Non si rendono conto che la partita volge al termine o, forse, sono indotti dal loro interesse personale a non accettare la nuova realtà.
Peraltro, la rottura con Fitto avrebbe effetti significativi già sulla composizione dell’attuale Senato. La defezione di una decina di senatori rafforzerebbe l’area del dialogo con il governo e condannerebbe Forza Italia alla irrilevanza anche sul fronte delle riforme istituzionali.
Per Berlusconi sarebbe una brusca accelerazione verso il definitivo pensionamento.