ASSASSINIO DI ALDO MORO – I MISTERI NON SONO FINITI

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia
Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

L’assassinio da parte di Mario Moretti ,”capo” delle seconde “Brigate Rosse”, di Aldo Moro, avvenuto – questo è certo – la mattina del 9 maggio 1978, cioè 35 anni fa, è come un mosaico  ancora poco noto, ricco di particolari che la cronaca di alcuni  quotidiani,  ma anche la memorialistica e le ricerche meglio documentate sul piano storico, oggi trovano contraddittorio e pieno di elementi non accertati o addirittura da mettere definitivamente in discussione. Di qui la decisione della Procura della Repubblica di Roma di riaprire l’inchiesta in vista di un possibile, nuovo processo. Soltanto nei giorni scorsi le deposizioni di due artificieri, Giovanni Circhetta e Vitantonio Raso, che  erano stati chiamati nella prima mattinata del 9 maggio in via Caetani per verificare se ci fossero esplosivi da disinnescare nel bagagliao della R4 rossa all’interno del quale era stato depositato il cadavere di Moro. L’artificiere Raso ha scritto di recente anche un libro su quell’episodio ma né lui né Circhetta erano  mai stati interrogati dagli inquirenti.

La circostanza di qualche rilievo è che gli artificieri sono arrivati in via Caetani poco dopo le 10 e quasi immediatamente hanno visto il ministro degli Interni Cossiga che già allora era informato del ritrovamento di Moro nell’auto e non mostrò allora agli artificieri una reazione di stupore di fronte al ritrovamento.
Un simile particolare conferma quello che alcuni studiosi, e in particolare Sergio Flamigni ne La tela del ragno. Il delitto Moro ( pp.349-362), pubblicato dieci anni dopo dalle edizioni Kaos e più volte ristampato, aveva scritto nei primi anni dopo il delitto. 
Secondo Flamigni, esiste, tra le deposizioni dei due brigatisti e le indagini peritali, una contraddizione non risolta giacché Moretti e Maccari hanno detto che Moro fu ucciso nel garage di via Montalcini tra le sei e le sei e trenta ma le perizie stabiliscono che lo statista fu ucciso tra le nove e le dieci di mattina.
È probabile, quindi, che l’ostaggio sia stato portato sulla cesta situata nel bagagliaio della R4 in un’altra prigione situata nella zona del ghetto ebraico, per poi spostarlo dopo le 10 in via Caetani. Lo stesso Flamigni che resta – con pochi altri (come, ad esempio, Francesco Biscione) – uno degli attenti studiosi di quel delitto ricorda che, dopo le immediate dimissioni di Cossiga da ministro degli Interni per le disastrosa azione svolta durante i 55 giorni del sequestro, le dimissioni non furono oggetto di dibattito parlamentare e di nessuna inchiesta amministrativa.  Anzi, come ha scritto Flamigni, “il ministro Cossiga, nel lasciare il Viminale, si premurò di assolvere da ogni responsabilità i capi piduisti (primo tra tutti Santovito) dei servizi di informazione di sicurezza, rilasciando loro un attestato di piena affidabilità e benemerenza”. 
Come appare ormai con chiarezza a più di trent’anni da quegli avvenimenti, la vicenda di Aldo Moro, della sua strategia come dei suoi scritti, appare centrale nella storia dell’Italia repubblicana giacché il presidente democristiano è stato l’uomo politico che si è reso meglio conto della perdita di autorevolezza dei partiti e della loro delegittimazione.  E aveva compreso più dei suoi compagni di partito, ma anche degli altri leader suoi contemporanei, la crisi delle regole democratiche come difficoltà del sistema di governo attuale. Aveva previsto, insomma, la grave crisi repubblicana in cui siamo immersi.
Da questo punto di vista, ricostruire la sua vicenda politica e umana non è trascurabile né senza influenza. Non riusciremo mai a cambiare questo paese e a farlo diventare più moderno e civile se non capiremo quali forze – in Italia e altrove – hanno voluto davvero la morte di Moro e l’hanno perseguita, con grande tenacia e a costo di un prezzo molto alto, per bloccare il processo che l’uomo politico di Maglie aveva messo in moto e cambiare – in peggio – il nostro futuro politico e culturale.