ANDREOTTI, UN PROTAGONISTA FRA POTERE E MISTERI

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L’OPINIONE
di Nicola Tranfaglia Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Torino

E’ morto uno dei protagonisti della storia repubblicana. Di questo non possiamo dubitare se solo enumeriamo i titoli di cui ha potuto fregiarsi Giulio Andreotti nella sua lunga esistenza.
Romano, segno del Capricorno, nato il 14 gennaio 1919, laureato in Giurisprudenza, avrebbe raggiunto tra sei anni il secolo di vita ma il destino o il Dio cristiano  ha voluto così.
Sette volte presidente del Consiglio, cinque volte ministro degli Esteri, otto volte ministro della Difesa, sostenitore convinto dell’alleanza atlantica ma anche capo del governo delle astensioni nel 1978-79 con l’astensione del PCI e presidente del Consiglio nel governo della “non sfiducia” con la prima donna-ministro del partito cattolico, si intende, al Ministero del Lavoro, Tina Anselmi.
E’ stato sempre presente in tutte le assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale (lo aveva nominato De Gasperi, incontrato per caso nella Biblioteca Vaticana) all’Assemblea Costituente e poi nel Parlamento italiano  del 1948 come deputato fino al 1991 e successivamente senatore a vita.
Dopo l’incontro con De Gasperi entra a 24 anni nel IV governo De Gasperi dove è sottosegretario alla presidenza del Consiglio restandovi anche nel successivo governo Pella fino al gennaio 1954. Ad Andreotti vennero affidate numerose e ampie deleghe tra cui quelle per lo spettacolo, lo sport, la riforma della pubblica amministrazione (che ancora aspettiamo!) e quella per l’epurazione (mai avvenuta in modo soddisfacente!).
Nel 1954 è per la prima volta ministro guidando gli Interni nel primo governo Fanfani e viene censurato da una commissione di inchiesta parlamentare per alcune irregolarità nei lavori dell’aeroporto di Fiumicino.

In quegli stessi anni nasce la corrente andreottiana nella DC ereditando i resti dei quadri della destra clericale che, nel 1952, si erano coalizzati con la benedizione del Vaticano dietro la lista civica guidata da Luigi Sturzo per espugnare il Campidoglio. Si trattava di una corrente che Franco Evangelisti battezzò “corrente Primavera”.
Fu ministro della Difesa nei primi anni sessanta quando scoppiò lo scandalo dei fascicoli SIFAR e del piano Solo che, secondo alcuni, sarebbero stati distrutti dopo che erano stati prima fotocopiati e passati alla P2 di Licio Gelli, a dispetto del fatto che la commissione parlamentare di inchiesta formata nel 1968-69  avesse deciso di farli bruciare a Fiumicino.
Presidente del Consiglio nel 1972 e, accusato ma  assolto,  di aver favorito l’agente Giannettini, ridiventa capo del governo dal 1976 al giugno 1979 ed è al governo quando Moro viene rapito. Nel memoriale di Moro, trovato una prima volta in via Montenevoso e quindi a Milano, si trovano giudizi molti duri su Andreotti.
In quegli anni teorizzò la teoria dei “due forni” secondo cui il partito cattolico avrebbe dovuto rivolgersi alternativamente a PCI e PSI, a seconda di chi dei due “facesse il prezzo del pane più basso”. Una simile strategia guastò i rapporti con Craxi soprattutto quando la vicenda del finanziamento illecito di correnti anticraxiane del PSI, che era dietro lo scandalo ENI-Petromin fu ricondotta da Craxi ad ambienti andreottiani.
Nominato dal presidente Francesco Cossiga senatore a vita fino ai primi anni novanta è stato prima ministro degli Esteri nel governo Craxi del 1983 e quindi di nuovo presidente del Consiglio tra il 1990 e il 1992 e nel ’93 allo scioglimento della DC si collocò vicino alla UDC. Il progetto di ascendere al Quirinale fallì dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio che allarmarono l’opinione pubblica nazionale per l’assalto sempre più pericoloso di Cosa Nostra al cuore dello Stato, come allora si disse. Diciassette volte alla Camera era stata chiesta l’autorizzazione a procedere contro il deputato e diciassette volte era stata respinta dall’assemblea.
L’uomo politico romano era stato, per molti decenni, con il suo studio privato nel centro della capitale, un uomo decisivo per combine politiche e affaristiche, una sorta di punto di riferimento essenziale per il partito che era stato al potere per un cinquantennio, costituendo il perno centrale di tutte le formule che si erano succedute nella politica italiana.
Nel 1994 il Senato concesse, con il suo consenso, l’autorizzazione a procedere per indagini su tutta la sua carriera politica.
Il processo durò, secondo i tempi della giustizia ancora soliti nel nostro paese, oltre dieci anni ma, quel che una parte non piccola degli italiani non sa ancora è che la Corte Suprema di Cassazione ha confermato la prescrizione per qualsiasi ipotesi di reato prima del 1980 ma si è opposta a una piena, completa  assoluzione dell’imputato Andreotti.
Nella motivazione della sentenza di appello, confermata dalla Corte Suprema di Cassazione, si può leggere: “Quindi la sentenza impugnata (si riferisce alla sentenza di primo grado), al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo, non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione”.
Un giudizio piuttosto duro, mi sembra di poter dire, per l’uomo politico democristiano.